L'economista francese Fitoussi: «Un Recovery non basterà, per ripartire serve il doppio dei soldi»

Lunedì 31 Maggio 2021 di Francesca Pierantozzi
L'economista francese Fitoussi: «Un Recovery non basterà, per ripartire serve il doppio dei soldi»

Il primo commento di Jean-Paul Fitoussi alla notizia che l'Europa è finalmente pronta a emettere euroobbligazioni per finanziare i piani di rilancio è quasi un grido: «Era ora!». Da decenni l'economista francese, creatore del dipartimento di Economia a Sciences Po e docente presso la Luiss, si sgola contro politiche di austerity e dottrine economiche che considera ingiuste, sbagliate e controproducenti. La svolta economica imposta all'Europa dalla crisi però non lo entusiasma: «Stiamo facendo troppo poco dice Stati Uniti e Cina vanno molto più veloci».


Possiamo però dire: habemus eurobond! Non è poco, visto che si accompagnano a piani di rilancio e fondi comuni che tra poco cominceranno ad arrivare nei paesi membri. Non crede sia comunque il segno che le vecchie politiche siano state abbandonate?
«Intanto io direi che abbiamo dei quasi eurobond visto che i ricavi saranno distribuiti in base a condizioni. Stiamo praticamente creando un Fondo Monetario Europeo sulla falsariga del Fondo Monetario Internazionale. Abbiamo perso molto tempo e stiamo facendo troppo poco. Guardiamo la carta del pianeta: ci sono i leader, come gli Stati Uniti, la Cina, e in genere l'Asia, e poi ci sono i follower, i seguaci, l'Europa di sicuro non si muove da leader».

 

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Perché?
«Intanto gli altri paesi sono usciti prima dalla pandemia, compresi gli Stati Uniti che pure hanno dovuto scontare la gestione Trump. Gli europei hanno avuto due lockdown e poi una campagna di vaccinazione cominciata a rilento e ora sono in ritardo, come sono in ritardo i paesi emergenti. Questo ha conseguenze sia sul potenziale di crescita, sia sulla geopolitica».


Non è un po' troppo pessimista sulla resilienza europea?
«Di sicuro ci sono elementi positivi in una certa mutualizzazione del debito. Anche i piani di accompagnamento della crisi sono stati positivi: i governi nazionali hanno avuto l'intelligenza di consentire alle imprese di sopravvivere e ai lavoratori di non perdere il posto. Ma purtroppo le vecchie dottrine sono ancora forti e se l'Europa continua a non darsi tutte le opportunità per crescere e investire, resterà indietro. E il piano di rilancio per ora non è all'altezza. Il problema è questo: se i rimedi proposti adesso non sono sufficienti, se sono, come per ora sono, troppo piccoli rispetto al male che devono curare, alla fine saranno screditati. Si dirà che queste politiche non funzionano, che gli eurobond non funzionano. E invece bisognava semplicemente fare di più».

 

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Quanto di più?
«Le misure di cui abbiamo bisogno non possono essere omeopatiche. Tra piani nazionali e piano di rilancio europeo stiamo a circa 2mila miliardi di euro, gli Stati Uniti hanno stanziato più di 6mila miliardi. Eppure hanno meno di 330 milioni di abitanti contro 450 milioni in Europa. Inoltre al momento di decidere il piano, erano in una condizione macroeconomica migliore della nostra, in una situazione di quasi piena occupazione. Non ci sono scuse».


Quindi secondo lei ci vuole un secondo, o addirittura un terzo Recovery Plan?
«La mia critica non è solo quantitativa, ma anche qualitativa. E' come se stessimo prendendo un antibiotico. Se invece di prenderlo per una settimana, lo prendiamo per tre giorni, rischiamo non solo di non guarire, ma di aggravarci. Bisogna almeno raddoppiare quanto stanziato finora».

 

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L'Europa ha dunque bisogno di almeno 4mila miliardi rispetto ai 2mila previsti?
«L'Europa ha bisogno di due cose: un obiettivo chiaro e i mezzi per realizzarlo. L'obiettivo che dovrebbe avere l'Europa è quello che dovrebbe avere qualsiasi società umana: mettere le persone al primo posto. Questo significa tornare alle funzioni precipue dello Stato, occuparsi di scuola, sanità, polizia, giustizia, ambiente. Queste sono le riforme strutturali di cui abbiamo bisogno e che solo lo stato può realizzare. Quindi sì, dovremmo pensare a raddoppiare i fondi, e invece stiamo già a parlare di come potremo rimborsare i debiti creati dal Covid, non siamo ancora usciti dalla crisi e stiamo a dibattere su come rimborsare i debiti fatti per contrastarla. Mi auguro che questa dottrina scompaia, ha già fatto abbastanza male».

 

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I paesi frugali o falchi, gli europei più rigidi sulla gestione dei conti, sembrano comunque ormai meno determinati, e comunque meno determinanti. Non è così?
«Consideriamo che per ora poco è stato fatto: vediamo che succederà quando si passerà davvero all' azione».
 

Ultimo aggiornamento: 11:16 © RIPRODUZIONE RISERVATA