Emergenza sanità, boom di prestazioni integrative per evitare le liste d'attesa

Emergenza sanità, boom di prestazioni integrative per evitare le liste d'attesa
di Marco Barbieri
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Mercoledì 7 Settembre 2022, 14:58 - Ultimo aggiornamento: 8 Settembre, 10:20

C'è un’emergenza salute in Italia che non dipende dalla recrudescenza del Covid.

Ed è un’emergenza non meno drammatica di quella energetica. Ma a differenza di questa si può accantonare, fare finta che non ci sia. Basta non curarsi. Se nella tempesta della pandemia e nella bufera del “caro bollette” è possibile ancora ricevere una decente assistenza sanitaria, «è in buona parte grazie alla sanità privata. Il Sistema sanitario nazionale è al collasso, e pensarlo ancora come unico e universale è antistorico per quello che è il nuovo welfare, per come è cambiato e per come è destinato a cambiare» commenta Giovanna Gigliotti, ad di UniSalute, la compagnia assicurativa di sanità integrativa del Gruppo Unipol. «Intendiamoci - aggiunge la manager - nessuno vuole abbattere la sanità pubblica, ci mancherebbe. Ma la sua area privilegiata di intervento deve riguardare la ricerca, l’alta specializzazione, le epidemie, le emergenze come quella del Covid – spiega Gigliotti – anche perché per tutto il resto i cittadini la sanità se la pagano ormai da soli, direttamente o attraverso l’efficienza dei Fondi sanitari». Ai 115 miliardi del Servizio sanitario nazionale (negli ultimi due anni si è arrivati a 123 miliardi, a causa delle spese extra determinate dalla pandemia) si aggiungono stabilmente oltre 40 miliardi che escono dalle tasche degli italiani. Il lockdown imposto dal Covid ha finito per ridurre eccezionalmente a poco meno di 31 miliardi la spesa del 2020, ma è un dato che deve essere considerato transitorio. La tendenza degli ultimi anni è chiara.

PREGIUDIZIO DA SFATARE

La numero uno della maggiore compagnia assicurativa di sanità integrativa per quantità di clienti gestiti (circa 11 milioni di persone provenienti dalle più grandi aziende italiane, dai Fondi sanitari di categoria e dalle Casse professionali) aveva preparato una relazione circostanziata per un importante appuntamento istituzionale. La crisi politica ha imposto una diversa agenda. L’occasione è rimandata, ma i numeri restano quelli. E ci aiutano a scattare una fotografia essenziale di un settore sempre più vitale per la nostra quotidianità. «Innanzitutto sfatiamo un pregiudizio ideologico – aggiunge Gigliotti – la sanità privata è essenziale e non grava sulla collettività, anzi». Secondo i dati dell’Anagrafe dei Fondi, le prestazioni erogate dai Fondi Sanitari (per i quali vige il principio della deducibilità dal reddito per i contributi versati per l’iscrizione al Fondo) ammontano a 2,8 miliardi di euro per l’anno 2019. A fronte di ciò il mancato gettito si può stimare in 610 milioni di euro. «In altri termini – si legge nel documento predisposto da UniSalute – i fondi sanitari erogano un valore di prestazioni superiore al costo a carico delle finanze pubbliche. Anche dirottando sul Ssn i fondi del mancato gettito, servirebbero circa 2,2 miliardi di euro per garantire l’erogazione delle prestazioni che oggi transitano attraverso il sistema dei Fondi». In sintesi, senza l’intermediazione dei Fondi Sanitari lo Stato dovrebbe aumentare la propria spesa per garantire lo stesso ammontare di prestazioni che sono erogate oggi e i cui costi, per la componente dei Fondi Sanitari, sono supportati dagli aderenti ai Fondi stessi. Inoltre, è utile ricordare che – a differenza della spesa out-of-pocket (quella direttamente praticata dai cittadini) – la spesa intermediata dai Fondi alimenta enormemente il livello di compliance fiscale, in quanto le prestazioni rimborsate devono essere adeguatamente documentate e quindi escono dall’ombra del nero e dell’evasione fiscale. Insomma, la sanità privata conviene ai cittadini – sono ormai quasi 15 milioni gli italiani che possono godere di una copertura assicurativa sanitaria integrativa grazie ai Fondi, cioè oltre 13 milioni di lavoratori dipendenti e i loro familiari – che evitano le attese del Ssn e possono scegliere il professionista che preferiscono, ma conviene anche allo Stato e ai conti complessivi del nuovo welfare. Il Ssn unico e universale è improponibile anche per le risorse necessarie. Il welfare state come lo conoscevamo non c’è più. Durante la pandemia se non ci fosse stata la sanità privata integrativa avremmo registrato un vero e proprio collasso per la salute degli italiani. I dati sono impietosi. È venuta meno la cura, è crollata la prevenzione. In generale, nel 2020 sono stati 1,3 milioni i ricoveri in meno (-17%) rispetto all’anno precedente. Inoltre, il 42,6% del totale dei ricoveri in meno si riferisce a prestazioni urgenti mentre il 57,4% a ricoveri programmati. Si registrano poi 20,1 milioni di esami diagnostici rimandati, 90,4 milioni di esami di laboratorio rinviati e quasi 19 milioni di visite specialistiche annullate. «Nel primo semestre del 2022 – racconta Gigliotti – le prestazioni erogate da UniSalute sono aumentate del 13% in media, un recupero del backlog cumulato durante il periodo della pandemia».

COLLETTIVE O INDIVIDUALI?

 La penetrazione della sanità integrativa nelle famiglie italiane è avvenuta grazie all’evoluzione dei contratti collettivi nazionali di lavoro che hanno destinato una quota di contribuzione obbligatoria all’iscrizione nei fondi. Quote modeste – in media 100 euro l’anno – che comunque, grazie al criterio di mutualità, consentono di supportare prestazioni di qualità. In questo senso le polizze collettive sono di gran lunga le più praticate (capita spesso che a livello aziendale negli accordi integrativi si finisca per indirizzare quote aggiuntive al finanziamento dei Fondi e quindi a un miglioramento delle prestazioni), ma secondo Gigliotti sono destinate a crescere anche quelle individuali. «C’è una domanda crescente. La salute è una priorità. Oggi le polizze individuali valgono il 2-3% del totale, ma possono offrire un’integrazione di copertura rispetto a quelle collettive, con premi modulari per importi assai contenuti».

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