Svezia, il fallimento del sistema "no lockdown": boom contagi e morti (in Norvegia sono 10 volte meno)

Venerdì 16 Aprile 2021
Svezia, il fallimento del sistema "no lockdown": boom contagi e morti (in Norvegia sono 10 volte meno)

STOCCOLMA - Il lagom è il concetto chiave della mentalità e della società svedese. Secondo quel popolo nel lagom sta la ricetta della felicità. Questo è un termine, a cui vengono dedicati tanti libri perché è considerato una sorta di carattere nazionale, che significa più o meno: vivere con moderazione. Perciò si è scelto in Svezia, fin dall’inizio della pandemia, un approccio moderato contro il Covid: non troppo forte, non rigoroso né ferreo, tutto basato più o meno sul rispetto della normalità  di sempre con in aggiunta qualche piccolo accorgimento personale ma senza obbligo di mascherina. Oltre un anno dopo quella scelta, si può dire che il risultato è stato disastroso quanto a numero di contagi e di morti.

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Svezia, no al lockdown

Ha detto no al lockdown e alle restrizioni severe la Svezia. Soltanto tre mesi fa è stato consigliato, non imposto, l’uso della mascherina sui mezzi pubblici e della mascherina è sempre stata in messa in discussione l’efficacia. Soltanto adesso vengono ritenute eventualmente possibili chiusure dei negozi, mentre altrove - e anche in Italia - si parla di riaperture perché, comunque sia, rispetto alla Svezia in qualsi tutti gli altri Paesi europei la lotta al virus sta avendo un esito migliore. Quasi 14mila morti, per una popolazione di 10 milioni di persone (il 20 per cento vive a Stoccolma), è un risultato pessimo. Perciò il governo socialdemocratico ha cominciato a parlare di «situazione grave» e lo stesso re di Svezia ha ammesso che il Paese ha fallito, avendo avuto così tanti morti causa Covid. 
Al momento la Svezia continua ad essere una delle nazioni europee con il più alto numero di nuovi casi di Coronavirus rispetto al numero di abitanti e con più pazienti in terapia intensiva, anche a confronto con la prima ondata del virus. Questo Paese ha registrato 625 nuove infezioni per milione di abitanti negli ultimi sette giorni. Un numero assai superiore alle vicine Finlandia, Danimarca e Norvegia, che contano rispettivamente 65, 111 e 132 nuove infezioni.

 

 

 

L'errore di fondo

E se in Svezia sono morte oltre tredicimila persone a causa del Covid, in Norvegia, dove sono stati applicati blocchi più severi, e dove la popolazione è più o meno la metà di quella svedese, i morti sono stati all’incirca seicento. Più di dieci volte in meno. Il lagom c’entra qualcosa in tutto questo. E’ sempre stato esaltato come la virtù della rilassatezza ma in tempi di guerra (pandemica) si è rivelata una follia di Stato puntare sulla cultura di sempre, che oltretuttto negli ultimi anni sta danneggiando la Svezia il cui modello di statalismo, protezione sociale e cascami di socialdemocrazia d’antan è precipitato in una crisi profonda. Nell’emergenza Covid si è privilegiata la salvaguardia delle attività economiche - confidando nello spontaneo distanziamento sociale messo in atto dai cittadini -  piuttosto che la tutela attenta della salute. Pensando che l’immunità di gregge sarebbe più o meno arrivata da sola. 
«Giudicatemi tra un anno», aveva detto dodici mesi fa l’epidemiologo dell’Agenzia per la Salute Pubblica,  Anders Tegnell, medico infettivologo e plenipotenziario nella gestione dell’emergenza sanitaria. Dalla primavera 2020, i casi sono aumentati e il bilancio delle vittime rispetto alla popolazione è diventato tra i più alti d’Europa. E oltre un anno dall’inizio della pandemia, i contagi non accennano a calare e l’immunità di gregge auspicata è rimasta un miraggio. La politica soft non ha salvaguardato del tutto neanche l’economia nazionale: il Pil è diminuito di circa il 3 per cento, meglio della media europea, ma simile al calo di altri paesi nordici che hanno scelto le chiusure.

 

Svezia, l'approccio sbagliato

L’anomalia svedese sta anche nel fatto che la lotta alla pandemia è stata appaltata a una singola persona, Tegnell appunto. E l’Agenzia di Sanità Pubblica ha una grande autonomia rispetto al potere politico. Le decisioni che vengono prese da questo Ente sono vincolanti per il Paese, lasciando al governo nazionale poterei davvero limitati. Ecco il motivo di una situazione così confusa e, appunto, paradossale come quella vissuta dal paese scandinavo.
Tegnell, più potente del premier svedese Lofven, è sempre stato convinto che le evidenze scientifiche rispetto all’efficacia dell’uso della mascherina fossero nulle. Avanzando addirittura l’ipotesi di un possibile effetto ancor più negativo dovuto allo scorretto utilizzo delle stesse. Rispetto poi alle chiusure per limitare contati e contagi, anche su quelle si è spesso espresso in maniera contraria, ritenendo che non vi fossero prove scientificamente certa di una correlazione tra lockdown e diminuzione della diffusione del virus.
I guai della Svezia sono anche la riprova che il solo distanziamento sociale tra le persone - quello prescritto in quel Paese come vera forma di tutela dal virus - non basta affatto. E oltretutto, spesso questo precetto non è stato applicato. Fino alla fine del mese di marzo 2020 era permessa la libera partecipazione a feste con cinquecento partecipanti. Tra No Mask e destra liberista tutta concentrata sulle libertà economiche a dispetto anche degli accorgimenti sanitari, il fallimentare  anti-modello svedese è diventato un modello. Basti pensare che in Minnesota, molto lontano dalla Svezia, attivisti di destra hanno mostrato cartelli durante le proteste anti-blocco con la scritta:  Be Like Sweden.


L’opinione pubblica, almeno all’inizio, era tutta per la linea soft, forse anche per le caratteristiche insite nella natura degli svedesi, meno espansivi dei sud europei, con una popolazione che vive in maggioranza in poche città e il resto in borghi sperduti, formata da persone meno anziane di quelle del resto dell’Europa, in cui i figli si staccano presto dai genitori, abbandonano la casa familiare e costituiscono nuclei familiari a sé stanti, limitando naturalmente in questo modo i contatti sociali tra famiglie. Ma questo non è bastato a fermare il virus. Altro errore, poi in parte corretto: mantenere aperte le scuole - così si diceva - avrebbe potuto aiutare i giovani sani a sviluppare prima l’immunità. Ora l’opinione pubblica, dopo oltre dodici mesi di gestione light, ha cambiato parere sulla linea adottata e chiede più fermezza. Anche i partiti sono divisi e rissosi su questo. La previsione di Tegnell di una curva epidemica affievolita e del raggiungimento di una rapida immunità di gregge non si è mai avverata. E nemmeno l’economia sta tanto bene. 

 

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