Falso profilo Instagram, 30enne legato
a un albero e picchiato a sangue

Falso profilo Instagram
30enne legato a un albero
e picchiato a sangue
di Mary Liguori
AVERSA - Lo hanno attirato in trappola con un inganno, poi lo hanno sequestrato, torturato, picchiato per tre ore. Colpendolo in faccia, a pugni, per fargli confessare una cosa che non ha mai fatto. È in prognosi riservata all'ospedale di Aversa il trentenne di Casapesenna che tre «amici» hanno quasi ucciso per un profilo Instagram falso. Vecchi metodi di camorra per risolvere storie legate alle moderne tecnologie. È la sintesi del pomeriggio di terrore di Vincenzo (il nome è di fantasia) accusato da un amico di aver creato un profilo Instagram falso a suo nome e, per questo, punito e torturato per tre ore. Doveva confessare, ma quella pagina social non l'ha pubblicata lui, per cui ha continuato a dire che non c'entrava niente che, anzi, appena si è accorto di quel profilo falso lo ha avvisato, ma evidentemente l'amico non gli ha creduto e mercoledì pomeriggio è arrivata la resa dei conti. 

POMERIGGIO DI TERRORE
Una fune, una pistola a tamburo e le mani. Sono le armi usate dai tre fratelli che quasi hanno ucciso Vincenzo. L'incubo è iniziato nel primo pomeriggio di mercoledì. Uno dei tre ha chiamato Vincenzo e lo ha invitato a prendere un caffè, in un bar di Casapesenna. Una volta alla caffetteria, Vincenzo si è reso conto della vera natura di quell'invito, ma ormai era troppo tardi. I tre fratelli lo hanno costretto a salire nella loro auto. Vincenzo era sul sedile passeggero anteriore. Uno dei fratelli gli ha legato una fune intorno al collo. E ha iniziato a stringere sempre più forte. Fino quasi a soffocarlo. Scene da mafia. Poi si sono diretti verso San Marcellino. Gli hanno detto che lo avrebbero legato dietro la macchina con una corda e trascinato per tutto il paese. Come un loro zio fece, vent'anni fa, per uccidere un suo parente. Fortunatamente non ne hanno emulato le gesta, ma non si sono fermati. Raggiunta una zona isolata, lo hanno fatto scendere e hanno iniziato a colpirlo sul volto a cazzotti, minacciando di ucciderlo. Uno dei tre continuava a puntargli la pistola contro. Vincenzo ha perso i sensi. Lo hanno caricato in macchina e credevano che fosse morto. Ma poco dopo il ragazzo si è ripreso e li ha sentiti dire che avrebbero scaricato il cadavere nei canali dei Regi Lagni. I rantoli di Vincenzo hanno fatto sì che i tre s'accorgessero che era ancora vivo e hanno cercato di finire l'opera. Sono arrivati a Villa Literno e, all'altezza del ponte, lo hanno scaricato di nuovo dalla macchina, lo hanno legato con dello scotch marrone, di quelli da imballaggio, al tronco di un albero. Gli hanno preso il cellulare e lo hanno costretto a dir loro il codice di sblocco, in cerca di «prove» su quel profilo falso. E qui ancora botte, sempre sulla faccia, ancora e ancora, finché Vincenzo non ha di nuovo perso i sensi. Da questo momento in poi, i ricordi della vittima sono confusi. Ai carabinieri ha detto di aver sentito i suoi aguzzini programmare di scaricarlo davanti casa, poi cambiare idea nel timore che ci fossero le telecamere, infine lasciarlo per strada a Casapesenna.

LA FUGA
I fratelli sono fuggiti in direzione del tempio di Casapesenna. Vincenzo è riuscito a trovare le forze per mettersi in salvo. Ha camminato per un tratto, poi ha bussato al citofono di un'azienda della zona. Ha chiesto aiuto, dicendo di essere stato rapinato. L'ambulanza lo ha portato in ospedale poco dopo. Raggiunto dai familiari, ha poi raccontato tutto ai carabinieri. Ora è in prognosi riservata ma teme che i tre fratelli tornino, per finirlo. I carabinieri di Casal di Principe hanno avviato le indagini. Nella notte, proprio mentre le condizioni di Vincenzo sembravano essersi aggravate ulteriormente, ci sono state delle perquisizioni, ma al momento i responsabili sono ancora a piede libero.
© RIPRODUZIONE RISERVATA

Venerdì 14 Giugno 2019, 11:11 - Ultimo aggiornamento: 14-06-2019 12:32

DIVENTA FAN DEL CORRIERE ADRIATICO