Funivia Mottarone, analisi sui messaggi tra gli indagati. Il pm: «Avvisi di garanzia solo dopo accertamenti»

Lunedì 31 Maggio 2021
Funivia Mottarone, indagini sui messaggi tra gli indagati. Il pm: «Avvisi di garanzia solo dopo accertamenti»

I telefoni sono stati già sequestrati nei giorni scorsi. Perché l'intenzione della procura di Verbania è quella di verificare eventuali scambi di messaggi o mail tra il caposervizio della funivia del Mottarone Gabriele Tadini, il gestore Luigi Nerini ed Enrico Perocchio, direttore dell'impianto. Gli inquirenti si stanno concentrando sulle comunicazioni dei tre in merito all'uso dei forchettoni per disattivare i freni di emergenza o sui problemi dell'intero sistema frenante, che hanno portato lo stesso Tadini a bloccare i freni con i «ceppi». Ma non è finita qui, perché gli investigatori stanno vagliando il possibile ruolo e le responsabilità di chi la mattina del 23 maggio avrebbe dovuto rimuovere i forchettoni dai freni di emergenza. Le analisi sulle eventuali responsabilità si concentrano su quella mattina, sulla decisione di tenere i ceppi e sulla consapevolezza del dipendente che non li tolse.

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Accertamenti su funi e freni - Adesso però l'attenzione è sugli accertamenti sulla funivia in Piemonte: la procuratrice di Verbania, Olimpia Bossi, ha chiarito che questi sono «sono finalizzati a capire perché la fune si è rotta e si è sfilata, e se il sistema frenante aveva dei difetti», e da queste analisi si vedrà se «emergeranno» anche altre responsabilità. Non sarà facilissimo né con tempi brevi, perché parte dei controlli saranno realizzati con la cabina ancora sul luogo dell'incidente in cui hanno perso la vita 14 persone, mentre altri avverranno dopo la rimozione. Solo in una fase successiva arriveranno gli avvisi di garanzia per altri indagati.

Per il momento si sa solo che «cronologicamente prima si è spezzata la fune e poi essendo stato disattivato il sistema frenante la cabina è precipitata». Bossi è tornata a parlare delle scarcerazione dei due indagati Nerini e Perocchio e dei domiciliari di Tadini: «L'impianto accusatorio come qualificazione giuridica dei fatti resta invariato e anzi è stato avallato» con la misura cautelare per Tadini per omissione dolosa aggravata dal disastro, e da ciò «ripartiamo». Sui due il gip parla di indizi insufficienti «in quel momento, restano indagati e l'attività di ricerca prove sarebbe andata avanti comunque».

Nuovi avvisi di garanzia - Il fatto che potranno esserci nuovi indagati, soprattutto con gli accertamenti irripetibili, che consentono come garanzia agli stessi indagati di nominare i propri consulenti tecnici, «è una possibilità che esiste in tutte le attività di indagine» e in tutte le indagini. «Altre responsabilità - ha detto Bossi - potrebbero emergere anche in questa indagine, come nelle altre e dunque non è una certezza».

 

Il magistrato ha chiarito di non aver mai parlato con certezza di nuovi indagati: «Ho preso atto di ciò che è emerso dalle dichiarazioni delle persone informate sui fatti». E in merito alle «affermazioni contenute nell'ordinanza del gip», dove si dice che l'operatore che non tolse i ceppi quel 23 maggio ai freni di emergenza avrebbe dovuto essere sentito da indagato e non da teste, Bossi ha voluto precisare: «Quel giorno i testi e i dipendenti sono stati chiamati tutti in contemporanea nella stazione dei carabinieri di Stresa e noi in quel momento non avevamo alcun elemento per sentirli come indagati, e lo stesso per Tadini». Il caposervizio, che diede l'ordine di tenere disattivati i freni fu sentito come teste; poi il verbale fu interrotto e proseguì con lui indagato.

 

 

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