Operatori no-vax sospesi dalla Casa di riposo: restano senza stipendio. E il tribunale respinge i ricorsi

Martedì 15 Giugno 2021 di Mauro Favaro
Operatori no-vax sospesi dal lavoro: la sentenza del giudice dà ragione alla Casa di riposo

TREVISO - Operatori no vax sospesi dalla casa di riposo. Sono 6 i dipendenti della rsa Villa Belvedere di Crocetta lasciati a casa da inizio aprile, senza stipendio. Cinque hanno fatto ricorso al giudice del lavoro. E la prima ordinanza timbrata ieri - 14 giugno - dal tribunale di Treviso dà pienamente ragione al centro per anziani. Una sentenza destinata a far scuola tra le case di riposo: non ci sono precedenti nella Marca e pochi nel Nordest. La struttura di Crocetta si era mossa ancora a marzo nei confronti degli operatori che hanno rifiutato di vaccinarsi contro il Covid, attraverso l’aggiornamento del documento di valutazione dei rischi, in questo caso biologici, rispetto al pericolo di un nuovo focolaio da coronavirus. Per Villa Belvedere sarebbe un incubo dopo quello che alla fine dell’anno scorso aveva causato il contagio di 47 operatori su 99 e 116 anziani su 129, con il decesso di 19 ospiti risultati positivi. Le sospensioni sono state confermate all’entrata in vigore dell’obbligo vaccinale per il personale sanitario.

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LE MOTIVAZIONI
Il primo "oss" a rivolgersi al giudice ha contestato le modalità, lamentando una violazione della privacy, ha chiesto la sospensione del provvedimento e il pagamento dello stipendio o di un indennizzo. Ma il tribunale ha respinto tutte le richieste, sottolineando che lo stesso dipendente prima aveva manifestato la decisione di rifiutare il vaccino anti-Covid e poi non si è sottoposto alla visita con il medico competente aziendale per l’idoneità. «Un lavoratore non vaccinato può fondatamente ritenersi maggiormente esposto ai rischi connessi al Covid-19 rispetto a un lavoratore vaccinato -si legge nell’ordinanza- a fronte dei rischi connessi allo svolgimento della prestazione lavorativa in ambito sanitario, in ambienti chiusi e nei confronti di soggetti particolarmente fragili, assumono primario rilievo i principi di prevenzione e sicurezza». Da qui deriva l’obbligo “di prendersi cura della propria salute, di quella dei colleghi e di tutti gli altri soggetti presenti sul luogo di lavoro”. A nulla è valso l’appello alla libertà di scelta invocando la Costituzione. «I diritti e le libertà individuali vanno bilanciati e dimensionati al fine di garantire un delicato equilibrio con l’interesse della collettività –evidenzia il giudice– la libertà del lavoratore di non sottoporsi alla vaccinazione non può esimere il datore di lavoro dall’obbligo di adottare tutte le misure per la tutela dell’integrità fisica del lavoratore in questione, degli altri dipendenti nonché degli ospiti soggetti fragili». Al contrario, senza le necessarie iniziative di prevenzione, lo stesso datore di lavoro sarebbe responsabile a fronte di eventuali contagi. Questo non significa che sia un trattamento sanitario obbligatorio: «È garantita la possibilità di rifiutare la vaccinazione –tira le fila il giudice– sia pur con le conseguenze sul rapporto di lavoro che presidiano l’irrinunciabile diritto alla sicurezza della comunità lavorativa». Villa Belvedere incassa la decisione del tribunale. Ma senza esultare. «Si conferma che abbiamo agito in modo corretto –sottolinea il presidente Marco Tappari– ma nel massimo rispetto di chi è a casa da mesi senza stipendio, non c’è da festeggiare. L’auspicio è che le persone coinvolte ora facciano tutte le valutazioni plausibili».

L’ALTRO NODO

A livello generale, poi, sulle rsa pende la spada di Damocle della carenza di personale. Il nodo più delicato riguarda gli infermieri. Nelle case di riposo trevigiane ne mancano almeno 200. E i sindacati Cisl Fp e Pensionati chiedono di fermare la fuga verso gli ospedali inquadrando i dipendenti della rsa nel contratto della sanità pubblica. «Oggi –avverte Fabio Zuglian, segretario Cisl Fp Belluno Treviso– ci sono diverse case di riposo costrette a lasciare vuoti i letti, nonostante le richieste, perché non soddisfano più i parametri relativi al rapporto fra numero di infermieri e di ospiti necessario per garantire adeguata assistenza». Si rischia un punto di non ritorno. «Questa crisi dovrebbe essere un’occasione per rivalutare l’assistenza infermieristica nelle case di riposo -–conclude– siamo convinti che una soluzione sia che gli infermieri delle rsa vengano assunti dal sistema sanitario regionale, con conseguente applicazione del contratto di Sanità pubblica, che garantisce maggiori tutele e migliori condizioni di lavoro».

 

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