Varianti Covid, domande e risposte: ​quali le più contagiose, cosa sappiamo e come proteggerci

Lunedì 14 Giugno 2021 di Ettore Mautone
Varianti Covid, domande e risposte: quali le più contagiose, cosa sappiamo e come proteggerci

Allarme varianti: il timore è che alcune forme mutate del Coronavirus possano bucare lo scudo dei vaccini come sta accadendo in Inghilterra dove i contagi sono tornati a salire e si registrano anche decessi a causa della variante Indiana (Delta). Anche il premier Mario Draghi al G7 ha chiarito che «Se i casi di varianti salgono bisognerà disporre la quarantena per chi arriva dalla Gran Bretagna». A leggere i lavori scientifici pubblicati nella sola Inghilterra finora sono morte in totale 42 persone per la variante indiana di Sars-Cov-2. Di queste 12 avevano ricevuto la doppia dose di vaccino da almeno 14 giorni (Astra Zeneca). Quanto agli altri 23 non erano vaccinati e sette avevano ricevuto la prima dose da almeno 21 giorni (sempre Astra). I dati sono pubblicati da Public Health England (Phe) e citati dal Guardian che conferma anche un altro dato: il 90% dei nuovi casi in Inghilterra è dovuto alla mutazione Delta, che mostra un tasso di diffusione più elevato del 60 per cento in ambito familiare rispetto alla variante inglese. Cosa sappiamo dunque delle varianti e dalla resistenza dello scudo dei vaccini? E cosa aspettarci ora che l’uso prevalente sarà quello dei vaccini a mRna? Lo scopriamo insieme a Franco Bonaguro, primario di Virologia dell’Istituto Pascale di Napoli.  

Cosa sappiamo delle varianti del virus Sars-CoV2 che preoccupano di più? 

Quelle che preoccupano di più sono la Alfa, nota anche come variante inglese. Ha dimostrato di avere una maggiore trasmissibilità (superiore del 37% rispetto ai ceppi non varianti) con un maggior numero assoluto di infezioni. C’è poi la variante Beta (identificata in Sud Africa): nonostante non abbia maggiore trasmissibilità potrebbe sfuggire ad alcuni anticorpi. Viene monitorata con attenzione. La variante Gamma (origine in Brasile), dimostra una potenziale maggiore trasmissibilità e rischi di reinfezione. La variante Delta (rilevata in India), include una serie di mutazioni in contemporanea che destano maggiori preoccupazioni per la maggiore trasmissibilità e il rischio di reinfezione. Pfizer e Moderna proteggono all’88% contro variante indiana dopo le due dosi, solo 30% dopo una dose sola. Astra Zeneca e Johnson 60 per cento. 

Perché non tutti i vaccini hanno la stessa efficacia contro le varianti? 

Dipende dalla tecnologia utilizzata. I vaccini ad adenovirus sono stati i primi ad essere messi a punto contro la prima epidemia di Sars nel 2003 e anche contro Ebola. Una valida alternativa a quelli a virus Sars inattivato. Tutti gli altri tentativi di vaccino in sperimentazioni animali davano gravi reazioni per eccesso di riposta immunitaria. Anche Sputnik in Russia è un vaccino ad adenovirus. Sono vaccini efficaci. Oltre a una risposta basata su anticorpi sviluppano immunità con cellule killer del virus. I vaccini a Rna messaggero sono innovativi e inducono la sintesi della proteina Spike del virus contro cui vogliamo immunizzarci. Sono efficaci come e più di quelli ad adenovirus anche contro le varianti, ma non inducono una risposta diretta e stimolano solo anticorpi. La durata è inferiore e serviranno richiami. 

Le varianti vengono riconosciute dagli anticorpi indotti da Pfizer e Moderna? 

Ovviamente la proteina usata come modello è quella del virus originario di Wuhan. Gli anticorpi sono un abito su misura per quel modello. Ma in natura le cose non funzionano in maniera rigida. La risposta immunitaria non è l’equivalente di un anticorpo monoclonale. Viene prodotto un repertorio di abiti in cui prevale uno su misura ma ce ne sono altri che vanno bene per un modello più magro o più grasso. In caso di contatto con una variante c’è un lasso di tempo di alcuni giorni che serve per tirare fuori da guardaroba l’abito adatto. 

Cosa succede in questi giorni in cui l’organismo di un vaccinato sta reagendo contro una variante? 

Quella persona può infettarne altre soprattutto se non sono vaccinate e lui stesso sviluppare sintomi ma non malattia grave. Va anche valutata l’entità della risposta al vaccino. Il trenta per cento di persone sviluppano bassi titoli di anticorpi e sono dunque più esposti. Esiste una minoranza, circa il 10-20 per cento delle persone, che non sviluppano alcuna immunità. 

Cosa bisogna fare per verificare l’immunità dopo la vaccinazione? 

Un esame sierologico per verificare il titolo di anticorpi. Nel caso in cui siano bassi o tendano a scendere dopo 6-9 mesi dal primo ciclo di vaccinazione, bisognerà ripeterlo. I richiami sono una caratteristica dei vaccini a mRna e meno necessari in quelli ad adenovirus che imitano una infezione reale. Nell’infezione reale l’immunità è la più durevole. 

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