Coronavirus, i vescovi contro il nuovo decreto Conte, niente via libera alle messe: «Si viola la libertà di culto»

Coronavirus, i vescovi contro il nuovo decreto Conte, niente via libera alle messe: «Si viola la libertà di culto»
Coronavirus, i vescovi contro il nuovo decreto Conte, niente via libera alle messe: «Si viola la libertà di culto»
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Domenica 26 Aprile 2020, 21:56 - Ultimo aggiornamento: 23:15
Coronavirus, la la Conferenza episcopale italiana, l'assemblea permanente dei vescovi italiani, accusa il nuovo decreto Conte per la fase 2: «Si viola la libertà di culto». «I Vescovi italiani non possono accettare di vedere compromesso l'esercizio della libertà di culto. Dovrebbe essere chiaro a tutti che l'impegno al servizio verso i poveri, così significativo in questa emergenza, nasce da una fede che deve potersi nutrire alle sue sorgenti, in particolare la vita sacramentale». Lo afferma la Cei in una nota dal titolo «Il disaccordo dei vescovi» sui contenuti del Dpcm sulla 'Fase 2' illustrato dal premier Giuseppe Conte. Questo perché nel nuovo decreto non c'è alcun via libera alle messe. Dal 4 maggio saranno permessi i funerali, ma con la sola presenza dei familiari del defunto, per un massimo di 15 persone.

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Eppure, i Vescovi del Paese, dal nord al sud, si erano già organizzati per riprendere dal 4 maggio una celebrazione delle messe con un numero limitato di fedeli. Ogni vescovo e sacerdote aveva già pensato a come organizzare le messe domenicali, nel rispetto delle norme, con le distanze di sicurezza.

Tra i Vescovi c'era anche chi, come mons. Mogavero, aveva pensato persino ad organizzare turni e messe con prenotazione pur di non creare assembramenti. Da Piacenza, la città più colpita per numero di morti da Covid, il vescovo aveva già pensato al massimo rigore, anche al momento della comunione, pensando alla distribuzione dell'ostia tra i banchi e dopo rigorosa igienizzazione delle mani davanti si fedeli. Per evitare assembramenti, Vescovi e sacerdoti avevano anche già preventivato di fare più messe al giorno oltre alle ordinarie, sia feriali che festive.

Avvenire: ferita incomprensibile e ingiustificabile. «Sarà molto difficile far capire perché, ovviamente in modo saggio e appropriato, si potrà tornare in fabbriche e in uffici, entrare in negozi piccoli e grandi di ogni tipo, andare in parchi e giardini e invece non si potrà partecipare alla messa domenicale. Sarà difficile perché è una scelta miope e ingiusta. E i sacrifici si capiscono e si accettano, le ingiustizie no». Lo scrive in un editoriale il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, che sul tema fede e fase 2 parla di una «ferita incomprensibile e ingiustificabile».

La cautela e le raccomandazioni con le quali il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha annunciato il graduale ingresso dell'Italia nella cosiddetta Fase 2 dell'emergenza sanitaria da coronavirus sono comprensibili e lodevoli. Anche se si vede la luce, non siamo affatto fuori dal tunnel della pandemia. Ed è giusta e necessaria - aggiunge Tarquini in un editoria pubblicato sul sito del giornale dei vescovi - la fedeltà all'alleanza tra scienza e politica che all'inizio della crisi avevamo auspicato dalla prima pagina di Avvenire in un'editoriale affidato alla penna di un grande medico e nostro collaboratore, il professor Walter Ricciardi. C'è bisogno di competenza e di calibrata fermezza per vincere la sfida rappresentata dal Covid-19«. »Ma sconcerta, preoccupa e ferisce l'orientamento - maturato, come ha sottolineato lo stesso premier, nel confronto finale tra autorità di governo e «tecnici» - a negare ancora, per settimane e forse mesi, ai credenti la possibilità di partecipare, naturalmente secondo rigorose regole di sicurezza, a funzioni religiose diverse dai funerali (gli unici finalmente consentiti). Ô un errore molto grave. Non si può pensare di affrontare una generale 'ripartenzà che si annuncia delicatissima rinunciando inspiegabilmente a valorizzare la generosa responsabilità con cui i cattolici italiani - come i fedeli di altre confessioni cristiane e di altre religioni - hanno accettato rinunce e sacrifici e, dunque, senza dare risposta a legittime, sentite e del tutto ragionevoli attese della nostra gente
».



 
  
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