Coronavirus, verso nuove misure restrittive in Friuli. Crisanti: «Non chiedo scusa, il mio era buon senso»

Lunedì 23 Novembre 2020
Coronavirus, verso nuove misure restrittive in Friuli. Crisanti: «Non chiedo scusa, il mio era buon senso» DIRETTA

Coronavirusle ultime notizie in diretta di oggi 23 novembre. Mentre il Governatore del Friuli Fedriga studia nuove misure restrittive per contenere il contagio da Covid-19, AstraZeneca e Università di Oxford hanno comunicato i risultati degli studi in corso sul vaccino, che sarà prodotto con la collaborazione della Irbm di Pomezia: il vaccino è efficace al 70%, al 90% in regime ottimale. Andrea Crisanti attacca ancora, sostenendo che l'Italia è arrivata impreparata alla seconda ondata, il virologo Guido Silvestri al Corriere sostiene la sicurezza dei vaccini in arrivo, mentre è sempre acceso il dibattito sulle eventuali misure di allentamento in vista delle prossime feste natalizie.

 

 

LA DIRETTA

 

Ore 10.03 Fedriga: misure restrittive in Friuli «Quello che noi continuiamo a dire è che servono dei parametri più semplici e più attuali. Perché se guardiamo indietro con i dati, invece che guardare avanti, rischiamo di prendere decisioni sbagliate». Lo ha detto il governatore del Friuli Venezia Giulia Massimiliano Fedriga ad Agorà su Raitre. «Oggi mi appresterò a fare un'ordinanza come Regione per cercare di fare qualche restringimento perché ci accorgiamo che la situazione è peggiore» rispetto al report che porrebbe il Friuli in area gialla, ha detto Fedriga spiegando che «noi siamo andati in zona arancione quando avevamo dati in miglioramento, oggi che vediamo dati in peggioramento sul territorio, in teoria noi saremo in area gialla. Siamo in arancione perché ovviamente l'ordinanza dura due settimane». «La nostra idea è di fare un'ordinanza a livello regionale che vada a correggere alcuni problemi che ci sono nella cosiddetta zona arancione. Soprattutto nella parte friulana abbiamo un contagio diffuso nei piccoli centri. Quindi stiamo pensando di fare dei tamponi di massa in questi centri così da poter isolare immediatamente le persone positive, magari asintomatiche, e quindi proteggere in tempo reale la popolazione». 

Ore 9.55 Silvestri: vaccini in arrivo sono sicuri «Un vaccino è sicuro quando gli studi clinici dimostrano che non causa effetti collaterali gravi. Ed è così peri primi vaccini anti Covid in dirittura di arrivo. Sono sicuri, non hanno effetti collaterali gravi». Lo dice al Corriere della Sera l'immunologo Guido Silvestri, direttore del dipartimento di patologia clinica e del laboratorio di medicina alla Emory University di Atlanta. Riguardo allo scetticismo di chi pensa che i primi vaccini che saranno disponibili siano stati sviluppati in tempi troppo rapidi, Silvestri afferma che «non è molto sensato avanzare questo dubbio. In passato, per virus come quelli di polio, morbillo e varicella, ci sono voluti molti anni prima di trovare il vaccino. Oggi le tecnologie sono migliorate in modo straordinario. Ripeto. Non ha senso fare paragoni». Sulla velocità dei tempi di approvazione, dice l'immunologo, «abbiamo scatenato contro il virus Sars-CoV-2 l'inferno della scienza contemporanea. Adesso raccogliamo il frutto di uno sforzo collettivo da parte della comunità scientifica senza precedenti nella storia umana». E chi afferma che i tempi della sperimentazione sono stati tagliati per interessi commerciali, a scapito della sicurezza, dice Silvestri, regala «un assist clamoroso al popolo dei no vax. Siamo andati più veloci possibile ma non più veloci di quanto fosse lecito andare. I trial clinici hanno rispettato i tempi giusti e le agenzie dei farmaci, come l'americana Fda e l'europea Ema, stanno facendo le loro valutazioni, secondo le regole».

 

«SarsCoV-2 - spiega Silvestri - è un virus relativamente semplice rispetto ad altri patogeni e la sua struttura a Rna lo rende teoricamente molto adatto per un vaccino basato sull'Rna. Altri virus, come l'Hiv, responsabile dell'Aids, sono per svariati motivi molto più difficili da neutralizzare. Chi aveva pronosticato che la preparazione di un vaccino anti Covid-19 avrebbe richiesto molti anni ha clamorosamente toppato. La rapidità nell'identificare il virus, decifrarne la struttura molecolare e identificare la proteina da neutralizzare, la famosa Spike, ha permesso di spingere sull'acceleratore. Poi le moderne tecnologie hanno permesso di sviluppare a tempi di record questi Rna simil virali che, incapsulati in nanoparticelle di lipidi, insegnano al nostro sistema immunitario a produrre anticorpi che poi disarmano il virus vero e proprio». «Sicuramente i risultati delle sperimentazioni dei vaccini verranno pubblicati per esteso nelle prossime settimane - conclude Silvestri -. Sull'accuratezza dei dati non ci sono dubbi anche perché sono stati visionati e certificati, per così dire, da un Data Safety Monitoring Board, un ente esterno indipendente dalle industrie produttrici, composto da esperti virologi e vaccinologi».

 

Ore 9.50 Crisanti: impreparati a seconda ondata. Chieda scusa chi ha approvato Remdevisir «Gli italiani dovrebbero essere indignati contro tutti coloro che hanno fatto in modo che ci sia stata la seconda ondata. Dovremmo indignarci perché ci sono stati 15mila morti e aumenteranno». Lo ha detto Andrea Crisanti, ordinario di Microbiologia all'Università di Padova e direttore del Laboratorio di microbiologia e virologia dell'Azienda Ospedaliera di Padova, intervistato su Skytg 24. Siamo arrivati totalmente impreparati alla seconda ondata e ci si indigna perché una persona chiede trasparenza. Ma la trasparenza bisognerebbe chiederla per sapere come siamo arrivati impreparati alla seconda ondata«, ha aggiunto. «Io non chiedo scusa. Dovrebbe chiedere scusa chi ha approvato il remdesivir in modo frettoloso e poi non è risultato essere buono. Chiedessero scusa loro di questo, che è molto più importante». «È una questione di trasparenza, se si vuole generare fiducia bisogna essere trasparenti», aggiunge. 

 

Ore 9.35 Crisanti: su vaccino il mio era buon senso «Ho formulato un concetto di buon senso che non esprimeva alcun giudizio negativo sulla bontà del vaccino né tantomeno metteva in discussione la validità della vaccinazione come il mezzo più efficace per prevenire la diffusione delle malattie trasmissibili». Il microbiologo Andrea Crisanti, in una lettera al Corriere della Sera, spiega le proprie recenti dichiarazioni a Focus life nelle quali aveva affermato che non si sarebbe vaccinato finché non fossero stati messi a disposizione, sia della comunità scientifica sia delle autorità che ne regolano la distribuzione, i dati di efficacia e di sicurezza del vaccino. «La mia dichiarazione - afferma Crisanti -, che credo abbia interpretato il sentimento di tanti, è stata ispirata dalla modalità con cui le aziende produttrici hanno comunicato i risultati raggiunti senza accompagnarli ad una adeguata informazione almeno per quanto riguarda la Fase 3. La trasparenza è la misura del rispetto che si nutre nei confronti degli altri e genera un bene prezioso, la fiducia. In questi giorni le aziende produttrici, invece di condividere i dati con la comunità scientifica, hanno fatto proclami non sostanziati da evidenze. Noi tutti riponiamo in questi vaccini delle grandi aspettative; se le aziende in questione sono in possesso di informazioni che giustificano annunci che possono apparire rivolti in particolare ai mercati finanziari, queste devono essere rese pubbliche anche in considerazione del fatto che la ricerca è stata largamente finanziata con quattrini dei contribuenti».

 

«La notizia che dirigenti delle due aziende produttrici abbiano esercitato il loro diritto, ne sono certo legittimo, a vendere le azioni per sfruttare i vantaggi legati al rialzo di prezzo non ha contribuito a generare fiducia - aggiunge il microbiologo -. A poche ore dalla mia intervista si è scatenato un inferno senza precedenti: illustri colleghi in coro hanno fatto a gara per censurare le mie parole definite irresponsabili. Secondo alcuni avrei addirittura messo in pericolo la sicurezza nazionale! I custodi della ortodossia scientifica non ammettono esitazioni o tentennamenti, reclamano un atto di fede a coloro che non hanno accesso a informazioni privilegiate. 'Il vaccino funzionerà', tuonano indignati. Io sono il primo ad augurarmelo, mi permetto tuttavia di obiettare che il vaccino non è un oggetto sacro. Lasciamo la fede alla religione e il dubbio ed il confronto alla scienza che ne sono lo stimolo e la garanzia». «Tra gli indignati si annoverano alcuni che durante l'estate ci hanno raccontato che le evidenze cliniche portavano a pensare che la crisi sanitaria fosse superata e che il virus fosse meno contagioso, e purtroppo possono avere inconsapevolmente incoraggiato comportamenti che hanno dato un contributo importante alla trasmissione del virus in quei mesi - dice ancora Crisanti -. Altri sono autorevoli membri del comitato tecnico scientifico a cui l'Italia si è affidata fiduciosa per prevenire una possibile seconda ondata, tutelare le attività commerciali, favorire la ripresa produttiva e garantire le attività didattiche. Lascio agli italiani e agli storici il giudizio sul loro operato. Sono ormai settimane che si registrano più di 35mila casi di infezione e circa 700 morti al giorno. A partire dal mese di luglio il virus ha ucciso circa 15 mila persone e ne ha infettate 1.140.000: vorrei scriverlo ad alta voce perché per questa strage silenziosa non si indigna nessuno».

 

«Chi racconterà la storia di questa epidemia in futuro - conclude - non troverà eco delle mie parole di qualche giorno fa, ma rimarranno impietose le statistiche a denunciare questi numeri e a mettere a nudo gli errori commessi. La mia dichiarazione ha toccato un nervo scoperto. Senza strumenti per controllare l'epidemia a meno di affidarsi a severe misure restrittive e senza una linea di difesa contro una seconda e possibile terza ondata, le opzioni a disposizione sono drammaticamente ridotte. A questo punto tutte le speranze sono riposte nel vaccino come la pioggia per un popolo assetato nel deserto. Questo non giustifica la demonizzazione di chi possa avere dubbi, di chi chiede spiegazioni e di chi chiede trasparenza. Continuare su questa strada è il modo migliore per alimentari sospetti e fornire argomenti a chi si oppone all'uso dei vaccini». 

 

Ore 8.05 Guerra: Dobbiamo abituarci a chiusure flessibili «I numeri ci dicono che c'è una decelerazione delle curve, ma non una diminuzione dei casi. Diciamo che i numeri aumentano con meno velocità. Importante, ma non sufficiente. Dovremo abituarci a chiusure flessibili, adattate all'andamento dell'epidemia. Quindi su determinati territori e per periodi temporali circoscritti. In questo senso, il sistema dei 21 parametri è ottimo, perché si adatta all'andamento dell'epidemia». Ranieri Guerra, vicedirettore vicario dell'Organizzazione mondiale della sanità, in un'intervista al Messaggero, invita a mantenere nervi saldi e razionalità. «Prima di arrivare a una vera flessione dei nuovi casi positivi - avverte - servirà ancora qualche giorno. Sui ricoveri il risultato è promettente. Però c'è anche una diminuzione di quelli che possiamo definire ricoveri sociali, c'è maggiore attenzione su chi ricoverare e maggiore attenzione della medicina territoriale nel diagnosticare e seguire chi è malato, curandolo a casa. La gravità di solito si vede al primo impatto, poi si attenua. Lo sviluppo a cui stiamo assistendo era atteso, così come quello, purtroppo, del numero dei decessi che sarà alto ancora per un pò di giorni».

 

Vedremo il picco presto, assicura Guerra «perché avremo anche gli effetti dell'ultimo Dpcm, con le misure più stringenti e mini lockdown in alcune regioni. Le misure di contenimento che evitano gli assembramenti funzionano. Mi viene da aggiungere: purtroppo. Se ognuno di noi avesse una disciplina personale nel rispetto delle precauzioni come mascherine, distanziamento e igiene delle mani, non ci sarebbe neppure bisogno dei divieti. Il sistema del monitoraggio dei 21 indicatori messi in campo funziona bene, è robusto, viene alimentato sempre meglio delle Regioni. In base a quello ci sono chiusure a fasi e a settori geografici. Quello che conta in questo momento è non dire: chiudiamo tutto. Non sarebbe giustificato e neppure sostenibile, tutte le misure vanno adattate territorialmente e per il periodo di tempo necessario. Avere questo sistema, magari arricchirlo invece di impoverirlo, ci aiuta ad andare avanti e a decidere in base a ciò che l'evidenza dei numeri fornisce. Sia quando chiudi sia quando riapri. Fino alla primavera, il modello o tutti liberi o tutti chiusi non ha più senso».

 

Quanto all'incidenza minore dell'epidemia nelle grandi metropoli, rispetto alle province, Guerra spiega che «le grandi aree urbane sono soggette a vincoli e controlli più stretti delle aree circostanti, dove la circolazione di mezzi e persone è meno monitorata. Dovremmo anche capire quanto conti il pendolarismo». Riguardo il contenimento dell'epidemia in Cina, Corea del Sud, Taiwan, Vietnam, Thailandia e Singapore, dice che «il virus continua a circolare anche là, sia pure in misura molto minore. Sicuramente in quei paesi c'è un rispetto immediato della popolazione alle norme indicate dai governi, l'uso della mascherina era un'abitudine già prima della pandemia, hanno anche una socialità molto differente da quella europea. E fanno meglio il tracciamento perché, al contrario dell'Europa, non hanno un rispetto ossessivo della privacy anche in un periodo di emergenza. Giusto o sbagliato, in Europa è differente».

 

Ore 7.40 Miozzo: le scuole vanno riaperte o danno per i ragazzi «Il 7 gennaio è giovedì, quindi ci sarà un probabile slittamento a lunedì 11. In ogni caso l'indicazione di riapertura a gennaio non è garantita, visto che non abbiamo alcuna certezza sullo sviluppo della pandemia. E poi c'è Natale di mezzo». Agostino Miozzo, coordinatore del Comitato tecnico scientifico per l'emergenza coronavirus, esprime i propri timori sullo slittamento della riapertura della scuola. In un'intervista al Corriere della Sera afferma che «se nelle festività avremo momenti analoghi a quelli vissuti nell'estate appena trascorsa, l'evoluzione dell'epidemia porterà a dati simili o addirittura peggiori di quelli attuali. Significa che le scuole rischiano di restare chiuse altre settimane. Avremo una generazione di liceali che andrà all'esame di Stato a giugno avendo perso il contatto fisico con l'universo scolastico per quasi un anno. È un danno incommensurabile».

 

«Il 20 novembre - dice Miozzo - dopo la videoconferenza con il direttore regionale dell'Oms di Copenaghen, Unesco e Who Ginevra, abbiamo condiviso l'esigenza di far tornare i ragazzi a scuola in presenza il prima possibile. I dati ci dicono che i contagi in età scolastica non sono significativamente diversi da quelli di altre classi di età e non abbiamo evidenze per capire se siano avvenuti a scuola o fuori. Vorrei ricordare che il 4 marzo scorso il Cts chiese al governo di chiudere le scuole seguendo le indicazioni della comunità scientifica internazionale, ma all'epoca non avevamo le regole attuali. E poi non sottovalutiamo il ruolo degli insegnanti, gli unici a poter far comprendere ai ragazzi il rischio potenziale che rappresentano per i congiunti. È un tema formativo, un messaggio particolarmente difficile da dare».

 

«Tecnicamente il lockdown è la soluzione migliore - aggiunge Miozzo -, e paradossalmente la più semplice, per ridurre la curva e le possibilità di contagio. Peccato che questa soluzione estrema non prenda in considerazione gli effetti devastanti che provoca sulla popolazione che subisce le restrizioni. Forse bisognerebbe rileggere quello che avevamo suggerito proprio per far sì che le scuole aperte non avessero particolare impatto sulla curva ovvero riorganizzazione del trasporto pubblico locale, scaglionamento degli orari di ingresso, monitoraggio sanitario. Siamo rimasti inascoltati e i ragazzi pagheranno gravi conseguenze. Parlando da cittadino, mi pare evidente che non ci si renda conto del disastro che si sta consumando nelle giovani generazioni, il devastante impatto sulla sfera psichica e sociale non è evidente immediatamente, ma lo sarà nel lungo periodo».

 

Quanto all'apertura di negozi e ristoranti, afferma il coordinatore del Cts, «esamineremo il potenziale rischio epidemiologico, ma si tratta di decisioni politiche ed economiche». E sul divieto di spostamento tra le Regioni, «la mobilità è un elemento di grande criticità. Diremo sì soltanto se ci sarà una curva davvero in discesa. Se non saremo rigorosi nei controlli e nelle sanzioni, anche severe, avremo la stessa fotografia di questa estate e delle scorse settimane quando abbiamo visto l'assalto al grande magazzino con i prodotti in offerta. Se non saremo in grado di contenere e governare la corsa agli acquisti o il desiderio anche scaramantico di liberazione dal virus delle celebrazioni di Capodanno, alla fine di gennaio vedremo avverarsi le conseguenze della terza ondata come una 'emergenza annunciatà». Il vaccino? «Lo farò di certo - afferma -, mi prenoto già da ora. Non sono un virologo ma da esperto di gestione delle crisi dico che in situazioni come quella che stiamo vivendo, la comunicazione gioca un ruolo decisivo per vincere la guerra che stiamo combattendo. Indurre dubbi sulle armi universalmente conosciute per sconfiggere questo subdolo nemico è un grave errore che si paga. In emergenza il conto degli errori in genere è molto salato». 

Ultimo aggiornamento: 10:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA
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