I pubblici esercizi con il Covid alzano bandiera bianca: «Non ce la facciamo, fatturati in picchiata»

Venerdì 27 Novembre 2020 di Laura Ripani
I pubblici esercizi con il Covid alzano bandiera bianca: «Non ce la facciamo, fatturati in picchiata»

SAN BENEDETTO  - Fatturati in picchiata, clienti scomparsi con il Covid e tasse eccessive. I pubblici esercizi alzano bandiera bianca a San Benedetto, la realtà che - per il centro studi della Camera di commercio regionale - è la più colpita dalle conseguenze del coprifuoco con le sue 705 attività aperte al pubblico.

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Basta fare un giro per la città e su molte vetrine sono apparsi eloquenti cartelli del tenore: «Ci vediamo dopo il prossimo Dpcm» o «Siamo in ferie, torniamo dopo il Dpcm». Il primo a lanciare l’allarme che il 30% dei negozi più piccoli non arriverà a mangiare il panettone o abbasserà la saracinesca poco dopo è stato il presidente provinciale della Confesercenti Sandro Assenti. Gli fanno eco anche attività storiche e centrali come il Caffé Florian. Massimo Paoletti, uno dei titolari insieme a Michele Capillo, è sconsolato. «Il nostro fatturato si è ridotto del 90%- dice -: dopo un agosto che è stato ai livelli consueti e comunque non è riuscito a compensare i mesi precedenti, da febbraio scorso, siamo davvero in difficoltà. In giro non c’è nessuno e quindi le colazioni sono pressoché azzerate, i dolci oramai ognuno li fa in casa visto che non può uscire e anche il pranzo chi resta in ufficio lo porta con il cestino. Noi per offrire un servizio ai nostri clienti abituali restiamo aperti fino alle 13. Ma, oggettivamente, è una rimessa».

Di orari di lavoro ridotti, cassa integrazione e strategie per tutelare azienda e lavoratori parla invece Ennio Cannella, titolare delle gelaterie La Voglia Di. «Noi siamo aperti solo in via Voltattorni e nel weekend - spiega -: anche per la tipologia di prodotto, estremamente deperibile, non vale la pena. Abbiamo ridotto almeno del 30-40% il nostro fatturato in questo anno sciagurato e quindi abbiamo dovuto porre i nostri dipendenti in cassa integrazione...ma quella di maggio per loro è arrivata soltanto l’altro ieri! Se è vero che noi imprenditori soffriamo, anche i collaboratori, persone che hanno famiglie da mantenere e rappresentano il nostro capitale umano, sono messi in difficoltà. Così io, per quel che posso, e visto che è novembre mese piuttosto morto, ne approfitto per far smaltire loro le ferie. Così almeno li retribuisco lo stesso e in tempi accettabili». Feroce è poi la disamina di Peppe Talamonti, titolare della catena Papillon e anche resposnabile per la Confesercenti del settore pubblici esercizi.


«Il Covid si diffonde in bar, ristoranti e palestre - dice con ironia - per questo siamo finiti nel mirino noi in questa seconda ondata. Oggi tenere aperto è una rimessa: io ho un’impresa che sfiora i 5 milioni di euro l’anno e con più di 70 dipendenti tra il ristorante di Porto d’Ascoli, il locale al Battente di Ascoli e quello all’ospedale sempre ad Ascoli. Ebbene dico che stare aperti, oggi, è una rimessa. Non basta più che ci dilazionino le rate delle tasse, devono cancellarle o non ce la faremo. E poi sono esterrefatto per come è stato gestito il passaggio dal giallo all’arancione, da un giorno all’altro. Davvero in maniera inqualificabile. Ora poi stiamo trattando, anche con il Comune, l’abbattimento della Tari: come possono chiederci di pagare se non abbiamo prodotto rifiuti?».

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