La dottoressa “Nietta” Lupi: «I ragazzi del Florian e le feste nel salotto»

Nietta Lupi: «I ragazzi del Florian e le feste nel salotto»
“Nietta” Lupi: «I ragazzi del Florian e le feste nel salotto»
di Luigina Pezzoli
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Domenica 3 Dicembre 2023, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 11:19

SAN BENEDETTO - «Quante feste a casa, in salotto, e i 45 giri diventavano la nostra colonna sonora. Dai Camaleonti all’Equipe 84 e ai Rokes del mio amato Shel Shapiro». Era tra la fine degli anni Sessanta e i primi anni Settanta, quando una giovanissima Maria Antonietta Lupi, per tutti Nietta, affermata dottoressa, già primario del Centro trasfusionale all’ospedale di San Benedetto, attuale vicepresidente della Commissione pari opportunità regionale, trascorreva i pomeriggi in compagnia delle amiche e degli amici di sempre.

«In quelle occasioni si regalavano i dischi, ma a volte capitava di ricevere dei doppioni, fortunatamente riuscivamo a cambiarli: conoscevamo la commessa che lavorava ai Magazzini Gabrielli. Ricordo quando fu inaugurata questa attività commerciale in via Ugo Bassi, allora era direttore Giancarlo Gabrielli, per la prima volta una scala mobile arrivò a San Benedetto. Per noi giovanissimi di quel periodo, fu un vero e proprio spasso. Una volta ricevetti in regalo da tre ragazzi, forse volevano farmi una dichiarazione d’amore – sorride Nietta – lo stesso disco “Ho scritto t’amo sulla sabbia”, riuscii a cambiarne due». 

La scuola

Diplomata nel 1970 al liceo classico Leopardi, Nietta è stata sempre una studentessa che amava studiare. «Avevo la passione per le materie umanistiche, come insegnante di greco e latino avevo la professoressa Maria Pelletti. Era l’incubo di molti miei compagni, molto severa, con lei fioccavano i due, mentre io l’adoravo. Nonostante fossero gli anni delle contestazioni, nella mia scuola non si organizzavano scioperi o manifestazioni. Eravamo dediti allo studio. Con me si diplomarono molti futuri medici e professori universitari». Papà Giuseppe, per vent’anni preside al liceo scientifico di San Benedetto «teneva molto che andassi bene a scuola, ma con me non è stato difficile. La scuola mi è sempre piaciuta fin dalle elementari. Pertanto fino alla maggiore età non mi era permesso di uscire la sera. Così trascorrevo i pomeriggi, quando non dovevo studiare, al circolo Tennis Maggioni, insieme ai miei amici: ci piaceva parlare più che praticare sport.

Altre volte ci incontravamo al Florian. Spesso ci sedevamo lì senza dover consumare, ormai ci conoscevano. Eravamo soprannominati “I ragazzi del Florian”. E poi c’erano i tempi universitari e quando tornavo tra le tappe fisse c’era il Number one, per i tempi favolosa discoteca aperta dai fratelli Serenelli». Mamma Tilde, casalinga, era figlia di un rinomato medico di Fabriano. 

Il nonno medico

«Purtroppo è venuto a mancare che aveva poco più di 60 anni. Ma in qualche modo fu per me una figura di riferimento, anche per come se ne parlava in famiglia: una persona molto colta, ironica, un bravo medico con occhio clinico che ha dedicato la sua vita alla professione. E forse in parte devo a lui, nonostante la passione per le materie umanistiche tanto da sognare di dedicarmi allo studio della filologia greca e latina, che pensai con interesse alla facoltà di Medicina. E sin dal primo giorno in cui misi piede all’Università di Firenze, nel novembre 1970, capii di aver fatto la scelta giusta, perché l’amore per la medicina da allora mi ha accompagnato per tutta la vita». 

Quel Capodanno

Tra i momenti più importanti nella vita della dottoressa c’è una festa di fine anno, era il 31 dicembre del 1974. «Era il 31 dicembre e con il mio gruppo di amici avevamo deciso di festeggiare in un locale, oggi all’ex Galoppatoio. Tra le canzoni in sottofondo ricordo Lucio Battisti. E fu in questa occasione che conobbi mio marito Marcello Galiffa, allora giovane avvocato abruzzese. Ci siamo sposati due anni dopo. Laureata da qualche mese, mi aspettava una carriere universitaria a Firenze. Ma poi portai la mia bomboniera di nozze al professore dicendogli che sarei rimasta a San Benedetto per amore». Assunta al Madonna del Soccorso nel 1978 «a neanche 26 anni dovevo gestire un servizio trasfusionale appena nato, con i problemi che ciò comportava. Grazie anche all’aiuto di mia madre riuscii a conciliare lavoro e famiglia. Anni complicati che mi hanno permesso di raggiungere importanti risultati».

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