Chalet "condannati" dal Consiglio di Stato: «Ma adesso vogliamo essere risarciti»

Chalet "condannati" dal Consiglio di Stato: «Ma adesso vogliamo essere risarciti»
Chalet "condannati" dal Consiglio di Stato: «Ma adesso vogliamo essere risarciti»
di Marco Braccetti
4 Minuti di Lettura
Giovedì 11 Novembre 2021, 09:40

SAN BENEDETTO - A bocca aperta, ma con il coltello fra i denti. Possiamo fotografare così lo stato d’animo dei concessionari di spiaggia, all’indomani della sentenza del Consiglio di Stato che tocca direttamente il loro futuro. Una sentenza che scrive un nuovo capitolo dell’annosa “telenovela Bolkestein”, in itinere dal 2006. Il massimo organo della giustizia amministrativa ha sancito che le concessioni balneari devono essere riassegnate (entro massimo due anni) tramite gare pubbliche, poiché l’estensione al 2033 sarebbe contraria al diritto europeo.

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«Ma quell’estensione era stata stabilita da una legge dello Stato, datata 2018 - rimarca Sandro Assenti: dirigente di Confesercenti e patron dello chalet Bagni Andrea -. Proprio con quella legge alle spalle, molte attività nel frattempo hanno fatto grossi investimenti, sono stati accesi dei mutui. Anche a San Benedetto, sono evidenti quali strutture hanno investito in maniera importante. Ora ci si dice che quella legge non vale più? Penso che ci sono dei margini per grosse cause di risarcimento-danni». Al contempo, questa situazione rischia di disincentivare nuovi investimenti sugli chalet in vista della scadenza 2023. «Quale concessionario spenderà nuovi soldi per migliorare una struttura che rischia di non avere più nel giro di soli due anni?» si chiede amaramente Enrica Ciabattoni, rappresentante locale del Sib: sindacato dei balneari di Confcommercio. Proprio per oggi, quest’associazione ha in programma una riunione per fare il punto della situazione e decidere come muoversi. 

Lo stupore

«Siamo stupefatti da questa decisione che, in particolare, penalizza i balneari delle nostre parti - prosegue l’imprenditrice -. Qui da noi, l’accesso al bagnasciuga è stato sempre libero e gratuito; la stessa cosa non si può dire di altre zone d’Italia, dove non si può mettere un piede sulla sabbia senza pagare». Fa un bagno di realismo l’ex consigliere comunale Emidio Del Zompo, titolare dello stabilimento “La Bussola”.

La richiesta

«Alle gare alla fine ci dovremo andare, ora serve una legge che tuteli l’eventuale uscita dell’attuale concessionario. Deve essere garantita una liquidazione, un contributo per l’avviamento, una buonuscita. Che si trovi il nome più giusto, ma qui non possiamo essere cacciati con un calcio nel sedere e tanti saluti. Ci sono famiglie che rischiano di finire sul lastrico, c’è chi ha fatto debiti avendo come punto di riferimento il 2033. Non è giusto! Apriremo così tanti contenziosi legali la bloccare in un attimo la giustizia italiana. Vorrei poi dire che in Spagna e in Portogallo sono state concesse proroghe di 50 anni. Lì va bene e in Italia no? Cosa c’è dietro? Certe dinamiche portano acqua al mulino del complottismo». Mentre Giuseppe Ricci (presidente dell’Itb-Italia) chiama in causa tutti i governi che si sono succeduti dal 2006: «Ben 9 governi che non sono stati capaci di affrontare questo problema. Una vergogna degna di un Paese non civile, non occidentale come l’Italia. Forse il presidente Draghi non si rende conto della disperazione che si sta vivendo nelle nostre famiglie».

Le soluzioni

«Le soluzioni tecniche per affrontare la questione ci sono e sono ancora valide - continua Ricci -, ma a mio modo di vedere non si vogliono attuare, perché così si accontentano gli appetiti delle lobby e di chi ha valigette piede di soldi contanti, anche di dubbia provenienza. Spero solo nella buonafede del presidente Draghi e mi appello a tutti i parlamentari della Repubblica Italiana, affinché prendano in mano il problema e lo risolvano una volta per sempre».

Lo sconforto

«Siamo come i condannati a morte che sperano in una grazia - dice Maurizio Pierantozzi: gestore dello chalet Poker -. Due anni sono lunghi e può ancora succedere di tutto, specialmente in un paese come l’Italia dove l’incertezza è la norma. Per quel che mi riguarda, continuerò a spendere sangue, soldi e sudore in questa struttura. E’ il lavoro della mia vita e continuerò a farlo nel migliore dei modi finché mi sarà concesso di farlo».

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