Alluvione del 1992, in arrivo
altri risarcimenti alle imprese

Alluvione del 1992, in arrivo altri risarcimenti alle imprese
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Martedì 13 Gennaio 2015, 21:19 - Ultimo aggiornamento: 14 Gennaio, 10:30

SAN BENEDETTO - Gli assegni alle prime quattro imprese sono arrivati. Ma la buona notizia è che entro il 2015 anche tutte le altre che subirono danni - e i privati - potranno intentare la causa di risarcimento civile nei confronti del ministero delle Infrastrutture per i danni dell’alluvione di San Benedetto del 1992. Una ferita mai sanata nel cuore della città che, a distanza di oltre 20 anni, fa sentire ancora le sue tristi conseguenze. Frigor, Sassomeccanica, Elettro e Agricentro nei giorni scorsi hanno visto arrivare gli assegni per un totale complessivo di circa due milioni. Nell’ordine dei 3 è quanto richiesto dalla Bollettini spa, causa ancora in itinere. Ma altre 40 tra imprese, privati, istituti religiosi e negozi vantano danni per almeno altri 25 e presto andranno a sentenza. Cifre enormi come grandissimi furono i disagi all’epoca. Ma ciò che più conta è che è passato il principio per il quale anche coloro che, fino ad oggi, non hanno fatto ricorso possono farlo. Compreso il Comune che non avrebbe mai richiesto somme per 20 milioni di euro per i danni alle strade e alle infrastrutture dell’epoca. Soldi che ora farebbero molto comodo per realizzare nuove opere pubbliche o abbassare le tasse. “Il tempo stringe ma c’è - spiega l’avvocato Barbara Arzilli di Macerata che ha curato gli interessi di alcune delle imprese più grandi (altre sono difese dall’avvocato Roberta Alessandrini ndr) - per richiedere i danni perché è passato il principio che l’alluvione del 1992 fu causata da un reato, vale a dire il restringimento dell’alveo del fiume, e quindi la data di prescrizione si fa valere non dal fatto ma dal momento del rinvio a giudizio dell’ingegner Vincenzo Mattiolo che data dicembre 2000. Poiché la prescrizione è di 15 anni ecco che è appena in tempo chi vuole farlo. Inoltre è passato anche un altro principio importante: è stato riconosciuto non soltanto il danno diretto ma anche quello indiretto vale a dire il lucro cessante e il danno emergente per chi ha chiuso l’attività o ha acceso mutui per proseguirla. Questo ha portato alla rivalutazione degli interessi dal 1992 che con la svalutazione monetaria, ha fatto addirittura, in qualche caso, raddoppiare le somme. Per di più sono stati detratti gli acconti che, nel frattempo, la stessa Regione aveva liquidato per tranche fino ad arrivare a devalutarle fino al 1992”. Insomma, quello che si dice una vittoria su tutta la linea che il Tribunale delle Acque, un tribunale speciale che consta di due soli gradi di giudizio - il secondo vale e si trova in Cassazione consta di cinque giudici - ha ritenuto opportuno considerare in questo modo perché è stata riconosciuto che le opere pubbliche eseguite sul fiume avevano provocato l’esondazione.

“Tutta l’opera pubblica - spiega ancora l’avvocato Arzilli - secondo i giudici di secondo grado - è stata realizzata con gravi carenze ed errori progettuali hanno riconosciuto i giudici nella propria sentenza. In particolare hanno evidenziato che sono stati realizzati in maniera erronea gli argini che prima erano inesistenti ma posti a soli 70 metri e questo ha determinato un restringimento dell’alveo di pena con l’aumento delle portate di sezione comportando un incremento dei livelli idraulici e l’aumento della velocità media dell’acqua e della sua capacità corrosiva. Va aggiunto che in quei giorni dell’aprile 92 le precipitazioni meteo non sarebbero state eccezionali, tutt’altro e dunque il progetto redatto dall’inger Mattiolo nel 1978 era stato realizzato con opere idrauliche di restringimento assolutamente inadeguate alla portata massima di piena ragionevolmente prevedibile”. Insomma, la causa dell’alluvione del Tronto - oramai è accertato - non va ricercata né in una “bomba d’acqua” né nell’apertura della diga di Talvacchia ma in un progetto fatto male che portò al restringimento del fiume e alla sua successiva fuoriuscita dagli argini realizzati in maniera sbagliata. Per tutto questo il reato dell’ingegnere fu dichiarato prescritto mentre a liquidare le somme appena incassate - e quelle che verranno - ci ha pensato la Banca d’Italia tramite il provveditorato che ha attinto a un fondo presente nel Bilancio dello Stato.

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