«Una delle anziane della Rsa di Offida uccisa con l’utilizzo di un veleno per i topi»: la perizia choc durante il processo

Giovedì 14 Aprile 2022 di Luigi Miozzi
Il pm Umberto Monti

MACERATA - Veleno per topi che sarebbe stato utilizzato come anticoagulante e causare la morte di una degli otto ospiti della Rsa di Offida che, secondo la Procura di Ascoli sarebbero stati uccisi da Leopoldo Wick.

 

È quanto contestato nel corso dell’udienza che si è tenuta ieri mattina davanti ai giudici della corte d’assise di Macerata, dove è ripreso il processo che vede l’infermiere imputato della struttura imputato di omicidio e del tentato omicidio di altri quattro anziani, è stato ascoltato un secondo perito indicato dalla difesa, il professor Leonardo Grimaldi dell’istituto di medicina legale dell’università Cattolica di Roma che, nel prendere in considerazione caso per caso, ha cercato di smontare il castello accusatorio costruito dalla Procura.  

Il metodo
Il perito, in un caso, ha fatto dei rilievi ben precisi alle tesi dell’accusa facendo notare che nel caso di una delle vittime che sarebbe deceduta a seguito di un importante scoagulamento del sangue, il farmaco indicato come quello che sarebbe stato utilizzato, il Super Warfarin, sarebbe un veleno per topi in panetti che avrebbe dovuto essere ingerito in grandi quantità per poter causare la morte su un essere umano. Tanto più se si considera, come riferito dal professor Grimaldi, che nel caso specifico lo scompenso si sarebbe manifestato nell’anziana quando Wick era in ferie già da una decina di giorni e quindi impossibile fare qualsiasi correlazione temporale. L’accento del perito della difesa, poi, si è soffermato, così come aveva fatto l’altra consulente nel corso dell’udienza precedente, la professoressa Sabina Strano Rossi, sulle modalità con cui erano stati effettuati i prelievi oltre che sul rispetto della catena di conservazione dei reperti. In particolare, il professor Grimaldi ha ribadito che ci siano state delle lacune procedurali nell’acquisizione dei reperti. Nel momento in cui al momento del decesso sono stati sollevati dei dubbi sulle cause della morte - ha sostenuto il perito - si sarebbe immediatamente dovuto inviare il referto all’autorità giudiziaria e non proseguire con prelievi in autonomia per poi consentire la tumulazione dell’anziano deceduto. Tesi questa che, però, è stata controbattuta con decisione in aula dal Pm Umberto Monti e dai suoi consulenti di parte. 


Le precisazioni
Nel corso dell’udienza, poi, ha chiesto ed ottenuto di poter fare delle ulteriori precisazioni con riferimenti alla letteratura scientifica anche l’altro perito della difesa, la tossicologa forense Sabina Strano Rossi. La docente della università Cattolica di Roma, a ulteriore sostegno di quanto sostenuto nel corso della sua audizione circa i dubbi sollevati sui valori tossicologici di riferimento presi in considerazione dalla pubblica accusa sostenenendo che ci fossero delle differenze tra quelli riferiti alle persone in vita dai risultati ottenuti sulle persone defunte, nei giorni scorsi ha interpellato il professor Schultz, massimo esponente di tossicologia a livello mondiale, lo stesso che ha predisposto le tabelle tossicologiche che sono state utilizzate dai periti dell’accusa, che rispondendo alla mail, ha ribadito che le concentrazioni post mortem, sebbene non ci siano dei riferimenti precisi, sono da ritenere un capitolo a parte che nulla ha a che vedere con i valori previsti per le persone in vita. Il processo è stato aggiornato al 27 aprile con la requisitoria del pubblico ministero. 

 

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