La mamma di uno dei contagiati a Corfù: «Tre settimane tappati in casa tra minacce e insulti»

Mercoledì 2 Settembre 2020
La mamma di uno dei contagiati a Corfù: «Tre settimane tappati in casa tra minacce e insulti»

MONTEPRANDONE - Sono quattro i casi positivi al Covid registrati ieri dal dipartimento di prevenzione. Si tratta di due operai della Whirlpool di Comunanza, di un sambenedettese e di un albanese di ritorno dalla patria madre, residente ad Acquaviva Picena. 

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Sette ragazzi su nove sono guariti, i loro familiari sono tutti negativi al Covid. Sta per terminare l’incubo vissuto dalla comitiva di ragazzi della vallata, perlopiù residenti nella zona di Monteprandone, tornati dalla Grecia con il Covid nel bagaglio. Dei nove risultati positivi a metà agosto soltanto due sono ancora positivi, gli altri sono stati dichiarati guariti dopo la doppia verifica del tampone effettuata negli ultimi due giorni. Una buona notizia per loro e per i familiari dopo quasi tre settimane da incubo vissute tappati in casa e costretti anche a fare i conti con gli strali lanciati sui social network da parte di internauti particolarmente desiderosi di ricordare come sia stato un azzardo oltrepassare i confini nazionali per una vacanza.
 
«C’è stato addirittura chi, non contento di prendersela con i genitori ha lanciato insulti anche verso i nonni - afferma la mamma di uno di quei ragazzi -. Così, tanto per fare a gare a chi la sparava più grossa. Nelle ultime settimane ne abbiamo lette di tutti i colori ed è stato davvero sgradevole, assurdo. I ragazzi avrebbero potuto evitare di andare in Grecia, ma non c’erano stati allarmi al momento della loro partenza.Invece il popolo del web non ha fatto altro che riversare un astio e una rabbia che sembrano davvero essere incredibili. Ho letto professionisti, persone conosciute, gente che incontri per strada, sputare veleno di ogni genere su questa vicenda e contro un gruppo di ragazzi neppure ventenni, sui loro genitori, sulle loro famiglie. Senza immaginare quello che stavamo passando tutti noi». Lei stessa, per tutto questo tempo, è rimasta chiusa in casa, in isolamento, in attesa del tampone che dichiarasse lei, i suoi familiari e soprattutto suo figlio, liberi da un contagio scoperto tre settimane fa e vera e propria incarnazione dell’inizio di un incubo. «Mio figlio non usciva dalla camera - spiega - noi non uscivamo di casa. Dall’Asur arrivava la telefonata con la voce registrata che ci chiedeva se avessimo febbre o sintomi e noi ci ritrovavamo a rispondere ad un telefono al cui altro capo c’era un computer che parlava. Una situazione assolutamente surreale, difficile da comprendere se non la si vive». 

I genitori dei ragazzi avevano tra l’altro denunciato, subito dopo il loro rientro in Italia, come nessuno li avesse controllati durante il viaggio, né all’andata né al ritorno. Hanno preso il treno da San Benedetto ad Ancona, quindi si sono imbarcati su un traghetto fino a Corfù. Stesso discorso al ritorno, via mare fino al capoluogo poi sui binari fino alla Riviera delle Palme. «Tutte queste tappe e nessuno che gli ha controllato neppure la temperatura. Si sono portati i termometri da casa per mantenersi monitorati a vicenda. Non stiamo parlando di pazzi irresponsabili ma di ragazzi che erano convinti di andare a fare una vacanza in un luogo considerato sicuro e nel rispetto delle regole».

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