Tre di loro prima della sentenza chiedono scusa per i furti e la droga. «Ma non siamo responsabili delle morti»

Giovedì 30 Luglio 2020
Tre di loro prima della sentenza chiedono scusa per i furti e la droga. «Ma non siamo responsabili delle morti»

ANCONA - Le belve di un anno fa, i cattivi ragazzi catturati il 3 agosto dai carabinieri del Reparto operativo di Ancona per la strage della discoteca Lanterna Azzurra di Corinaldo, adesso hanno la voce che trema. Tocca a loro l’ultimo atto di un processo durato sei udienze, con le dichiarazioni spontanee rese prima che il giudice Paola Moscaroli si ritirasse per la sentenza. A sentirli, mentre chiedono di essere assolti dall’accusa di aver provocato sei morti e si pentono delle loro scorribande da balordi, sembrano sbiadite controfigure di quei bulli esaltati che in quattro mesi di intercettazioni - a parte uno della banda poi morto in un incidente - mai mostrano un segno di pentimento o di dolore per i morti di Corinaldo.

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“Chiedo scusa per gli strappi delle catenine, in quella fase della mia vita ero spesso sotto l’effetto di cocaina e non mi rendevo conto di quello che facevo - si giustifica Souhaib Haddada, 22 anni, origine marocchine - . Ma non sono colpevole di quelle morti, condannatemi per quello che ho fatto, non per quello che non ho fatto. In questo anno trascorso in carcere sono cambiato, posso dirmi anche fortunato perché mi sono ravveduto”.
Dopo di lui tocca ad Andrea Cavallari, modenese di 21 anni, ritenuto il capo di una delle due batterie di strappatori di collanine: “Tanta gente in quest’aula chiede giustizia, ma non è condannando noi che avranno vera giustizia. Sono molto dispiaciuto, ma non mi sento responsabile di quelle sei morti”. L’ultimo a parlare è Moez Akari, 23 anni, radici tunisine trapiantate nella Bassa Modenese: “Ho fatto degli errori e mi dispiace - ammette -. Ma io credo nella legge e spero che vengano condannati i responsabili di queste morti”.

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