Uccisa dal marito dopo 12 denunce, niente risarcimento. Il figlio della vittima: «A noi orfani i giudici tolgono il futuro»

Domenica 5 Gennaio 2020
Il figlio 18enne di Marianna Manduca con i genitori adottivi: Carmelo Calì (cugino della vittima) e sua moglie Paola Giulianelli

SENIGALLIA - Il futuro del 18enne Carmelo, dei suoi fratelli e di tutta la famiglia Calì è nelle mani dei giudici della Corte di Cassazione di Roma. La sentenza era attesa per il 7 gennaio ma dovranno ancora attendere. Il presidente è in ferie ed è stata rinviata. Così è stato loro riferito. I giudici dovranno decidere in merito alla richiesta di restituzione, con gli interessi, del risarcimento concesso per la negligenza dei magistrati. 

La vicenda risale al 2007. Marianna Manduca, 32 anni,  è stata uccisa dal marito Saverio Nolfo il 3 ottobre a Palagonia in provincia di Catania. Aveva sporto contro di lui 12 denunce, per le violenze subite e le minacce ricevute. Ha lasciato tre orfani: Carmelo, che porta lo stesso nome del padre adottivo, aveva 6 anni, e i suoi fratellini 5 e 3. Rischiavano di finire a casa di estranei, separati. È stato solo il gesto d’amore di Carmelo Calì, cugino di Marianna che vive a Senigallia e della moglie Paola Giulianelli ad offrire loro un futuro insieme.

Dieci anni dopo, nel 2017, è stato condannato lo Stato a risarcire i tre orfani perché i magistrati erano stati considerati negligenti, non essendo intervenuti di fronte a 12 denunce. Una sentenza che ha fatto la storia in Italia salvo poi essere annullata nel marzo 2019, dopo essere stata impugnata dallo Stato che aveva dovuto versare circa 250mila euro ai tre orfani. Secondo la Corte d’appello la tragedia non si sarebbe potuta evitare quindi i soldi vanno restituiti.

 L’ultima parola spetta alla Cassazione, a cui la famiglia si è rivolta tramite gli avvocati Alfredo Galasso e Licia D’Amico. Carmelo, il primogenito di Marianna, vorrebbe andare in aula. È diventato maggiorenne e vorrebbe guardare fisso negli occhi i giudici. Trasmettere il suo dolore. Il trauma che lui e i suoi due fratelli, ancora minorenni, hanno vissuto e quel futuro che già una volta è stato loro negato. 

«Noi abbiamo subito un’ingiustizia – racconta Carmelo –, abbiamo perso nostra madre perché nessuno l’ha protetta nonostante lei avesse chiesto più volte aiuto. Non meritiamo ora di perdere anche quei soldi, che sono pochi rispetto alla perdita di nostra madre, ma che comunque ci permettono di mantenerci». Circa 250mila euro, che diventeranno 300mila se dovessero essere restituiti con gli interessi. Soldi che sono stati investiti in Casa Calì, un bed&breakfast oggi unica fonte di sostentamento della famiglia Calì.

«Voglio credere nella giustizia – prosegue il 18enne – non voglio pensare che per colpe di altri dobbiamo ancora pagare noi che siamo le vere vittime. A scuola studio diritto e mi hanno insegnato che chi sbaglia deve pagare e nel nostro caso così è stato quindi non capisco perché dobbiamo restituire quel poco che ci è stato riconosciuto per errori commessi da altri». Se potesse lanciare un appello ai giudici direbbe loro che «ci stanno togliendo il futuro di nuovo, un’altra volta, non permettetelo, non ce lo meritiamo. La prima vera ingiustizia è stata non proteggere nostra madre, la seconda sarebbe non tutelare noi, orfani di femminicidio, chiedendoci indietro quel denaro che oggi ci permette di vivere e ci garantirà un futuro».

Carmelo frequenta il quinto anno del Corinaldesi e si diplomerà in ragioneria anche se ancora non sa cosa farà da grande. Futuro e passato per questo dolce ragazzo, molto timido e riservato, sono poco nitidi. Sembra non avere ricordi e nemmeno sogni. Forse rimossi oppure custoditi gelosamente. «La mia vita comincia da Senigallia, avevo sei anni quando sono arrivato qui e dei precedenti ho memorizzato poco. Di mia madre non ricordo molto, la dolcezza e il suo volto. I miei genitori sono Paola e Carmelo».

Del padre biologico, che si trova in carcere, non vuole parlare. Ha mantenuto il doppio cognome ma quel Nolfo, dopo il Calì, per lui non ha alcun significato. Solo una parola. «Da grande non so cosa farò. Intanto vivo il presente e come tutti i ragazzi di 18 anni studio, gioco a calcio, esco con gli amici. A Senigallia mi trovo bene e resterò qui, non tornerò in Sicilia. Ringrazio il Comune che ci è sempre stato vicino perché quando si sono spenti i riflettori, anche dopo il film, solo lui e pochi altri sono rimasti».

© RIPRODUZIONE RISERVATA