In fuga dall’Afghanistan dei talebani: Alì pronto ad abbracciare il fratello. Ecco la loro storia

In fuga dall Afghanistan dei talebani: Alì pronto ad abbracciare il fratello. Ecco la loro storia
In fuga dall’Afghanistan dei talebani: Alì pronto ad abbracciare il fratello. Ecco la loro storia
di Sabrina Marinelli
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Mercoledì 25 Agosto 2021, 04:05 - Ultimo aggiornamento: 08:23

SENIGALLIA -  La città si prepara ad accogliere i primi afgani in fuga dai talebani. Si tratta del fratello e della cognata di Alì Gulam Mohammadi, 39enne titolare di un minimarket in via Costa nel rione Porto. Qui lavora Amir, suo dipendente, che ha la moglie in Afghanistan. «Mio fratello era un traduttore dell’esercito italiano quindi è stato portato in Italia, insieme alla moglie – racconta Alì Gulam Mohammadi -, adesso è in quarantena poi verrà trasferito».

Puntando sul ricongiungimento familiare, i servizi sociali del Comune hanno dato la disponibilità ad accoglierlo ma la destinazione finale, fanno sapere, la decide il Ministero. Pronta anche la Caritas. «Possibili accoglienze avverranno attraverso le reti istituzionali – spiega Giovanni Bomprezzi, direttore della Fondazione Caritas –. Noi abbiamo dato la disponibilità per accoglierli all’interno di questo percorso». 


Marito e moglie sono al sicuro in Italia ma il resto della famiglia è in fuga continua cercando di scappare dai talebani. Essendo parenti di chi ha collaborato con gli occidentali, sono ricercati. Lo stesso Alì, laureato in scienze politiche, è stato traduttore dell’esercito italiano. E’ arrivato a Senigallia nel 2015 con la moglie e il primo figlio. Il secondo è nato qui. «I talebani uccidono le famiglie di chi ha collaborato con l’Occidente – racconta il 39enne afgano –, nei giorni scorsi hanno ucciso un bambino di sette anni perché il padre aveva aiutato gli occidentali. Che colpe ha un bambino? Perché prendersela con i parenti? La mia famiglia è tutta a rischio. Si spostano ogni giorno. I talebani vanno di casa in casa a cercare i traditori e i loro familiari». Oltre ai genitori, Alì ha tre fratelli e tre sorelle, tutti laureati. Una delle sorelle, medico di professione, non può più entrare nella clinica dove lavorava. «Non bisogna lasciare l’Afghanistan ai talebani – aggiunge – bisogna fermarli. Loro interpretano in maniera sbagliata il Corano. La religione musulmana è pacifica e la Jihad, la guerra santa, è contemplata per difendersi se qualcuno attacca i musulmani per la loro religione. Nessuno però lo sta facendo, sono solo i talebani che attaccano e bisogna fermarli». 


Dei sostenitori del regime talebano ci sono anche in città. Alcuni pakistani hanno addirittura festeggiato la presa di Kabul. «Qualcuno è venuto a complimentarsi – racconta – ma per me è una sconfitta, una tragedia. La mia famiglia inoltre è di etnia hazara che i talebani, sciiti, perseguitano da sempre. Uno dei miei fratelli è un cantante, una professione che lo rende per loro un miscredente». Non riesce a parlare tutti i giorni con la famiglia per problemi di connessione in Afghanistan. «Quando mi accorgo che sono collegati sui social li contatto – conclude –. Chiedo al Governo italiano di aiutare il popolo afgano, di accoglierlo qui e non lasciarlo solo».

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