Renelli all'avvocato: «Pensavo di essere lucido, non mi sentivo ubriaco». Linciaggio sui social

Mercoledì 8 Gennaio 2020
La curva maledetta

SENIGALLIA  - C’è chi invoca pietà, chi manifesta solidarietà, chi ricorda che «Massimo avrà una pena più grande oltre quella del giudice, la sua coscienza» e suggerisce alla famiglia di oscurare la sua pagina Facebook, dove piovono insulti e maledizioni. Le accuse invadono il profilo social di Massimo Renelli, il camionista senigalliese di 47 anni che era ubriaco quando ha investito e ucciso Sonia Farris ed Elisa Rondina nel tragico incidente sull’Arceviese, fuori dalla discoteca Megà. Il linciaggio mediatico si consuma a colpi di post, anche se qualcuno prova a difendere l’amico, «una persona simpatica, sempre disponibile». 

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Qualcun altro invita chi è senza peccato a scagliare la prima pietra: «Tutti abbiamo guidato dopo due birre... tutti!». Ma i due rilievi etilometrici dicono che nel sangue aveva un tasso alcolemico tra 1,93 e 2,02 g/l quando si è messo alla guida, alle 4,30 del mattino, per tornare a casa dopo la serata trascorsa in discoteca: 4 volte oltre il consentito, altro che due birre. E allora Facebook si trasforma in un tribunale popolare, dove il giustizialismo trionfa e la condanna è a portata di tastiera. «Due vite stroncate, guidare ubriachi o drogati equivale a omicidio volontario: vergogna» è uno dei commenti più soft. «Vent’anni di carcere vero», urla il popolo. «Complimenti, fai pure il camionista», gli fa notare un internauta. Non manca chi spera che gli venga ritirata la patente a vita e gli augura un destino infelice, persino la morte. 

«Giustizia, giustizia, giustizia» invoca il web, mentre s’infiamma lo scontro tra chi chiede il massimo della pena e chi invita al silenzio e alla preghiera per le due povere vittime, inclusa un’amica d’infanzia di Sonia: «L’ho vista nascere, crescere e purtroppo morire, questo non doveva accadere, ma è doveroso il silenzio e il rispetto per due persone che non ci sono più». Ma non basta. La pancia social rimprovera i buonisti perché «i delinquenti devono pagare», anche se qualcuno fa presente che Massimo «sa già di aver sbagliato, se era un mostro non avrebbe chiamato i soccorsi». Lo ha fatto, secondo gli inquirenti, quando si è fermato, a circa un chilometro dal punto dell’investimento, appena parcheggiato nel primo spiazzo disponibile. Alla polizia ha riferito di aver urtato qualcosa, «non so bene cosa». Per dare l’allarme ha usato il suo cellulare con cui poi ha contattato l’ex compagna: era anche lei al Megà e l’ha raggiunto poco dopo. Insieme hanno collaborato con la polizia, i vigili del fuoco e il 118 alla ricerca dei corpi straziati sbalzati per metri in un campo lungo l’Arceviese.

Quello smartphone, sequestrato dalla polizia stradale insieme alla Fiat Grande Punto del 47enne, ora è al vaglio degli inquirenti, coordinati dal pm Ruggiero Di Cuonzo che ha aperto un fascicolo per omicidio stradale plurimo aggravato: c’è da capire se, oltre che ubriaco (aveva un tasso alcolemico 4 volte superiore al limite di legge), l’automobilista stesse utilizzando il cellulare alla guida. In tal caso, potrebbero non essere stati solo l’alcol, il buio o forse la velocità a causare la strage. L’altro nodo da sciogliere riguarda l’eventuale assunzione di stupefacenti: la verità emergerà solo dall’esito degli accertamenti tossicologici, che richiedono più tempo. Renelli, subito arrestato, si trova ancora nelle camere di sicurezza della questura di Ancona. Avrebbe potuto tornare a casa, con la misura dei domiciliari, ma sembra fosse troppo prostrato per la tragedia, così ha trascorso le ultime due notti in questura. Stamattina dovrà comparire in tribunale per l’udienza di convalida dell’arresto: assistito dall’avvocato Marusca Rossetti, avrà modo di ricostruire con il gip Sonia Piermartini l’incidente, dopo aver già spiegato di essersi messo alla guida ugualmente, pur avendo bevuto, perché non si sentiva alterato («pensavo di essere abbastanza lucido da guidare in sicurezza», avrebbe detto) e di non essersi accorto delle due donne che camminavano sul ciglio di una strada stretta, oscura e priva di marciapiedi. 

Secondo i primi rilievi, Elisa e Sonia stavano tornando all’auto, parcheggiata a una certa distanza dal Megà, dalla parte opposta rispetto all’ingresso principale: una delle due faceva luce con la torcia del cellulare, ritrovato vicino al guardrail ancora macchiato di sangue. Stavano completando l’attraversamento della strada o erano già arrivate sul lato opposto quando è piombata la Punto del 47enne che le ha falciate. Inducono a crederlo le tracce ematiche trovate sul posto e nella parte frontale dell’auto di Renelli, che verranno comparate con i risultati delle autopsie che saranno eseguite domani dal medico legale Manuel Papi. 

Ultimo aggiornamento: 20:19 © RIPRODUZIONE RISERVATA