Le dodici inutili denunce di Marianna uccisa dal marito: «Aspettavo la mia razione di botte per salvare i miei figli dalla bestia»

Martedì 24 Novembre 2020 di Sabrina Marinelli
Marianna Manduca

SENIGALLIA  - «Temo per la mia incolumità, ogni qualvolta mio marito mi arrecava violenza riferiva che mi avrebbe ucciso». Sono le parole di Marianna Manduca messe a verbale in una delle dodici denunce sporte contro il marito. Denunce rimaste sulla carta contrariamente alle parole di quell’uomo violento che il 3 ottobre 2007 l’ha uccisa, pugnalandola ripetutamente. 

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E’ la cronaca di una morte annunciata quella della 32enne siciliana che aveva chiesto aiuto più e più volte senza essere mai ascoltata. Vittima di un femminicidio che, per la prima volta, ha visto condannare i magistrati per l’inerzia dimostrata di fronte ai ripetuti appelli, caduti nel vuoto. «Vivo in una situazione di terrore – raccontava Marianna in una denuncia quando era già separata -, ogni volta che mi porto presso l’abitazione di Nolfo (l’ex marito ndr) per prelevare i figli mi serba ogni genere di sorpresa al fine di farmi desistere. Mi ha più volte minacciato anche con coltelli. Ha tentato di aggredirmi e ho chiesto più volte l’intervento dei carabinieri, intervenuti per mitigare la tensione». 

Nonostante il marito fosse un tossicodipendente i figli, in attesa della decisione del Tribunale dei minori, erano stati affidati a lui. «La nostra relazione non è stata mai idilliaca – racconta Marianna – a causa dei problemi di tossicodipendenza di mio marito e, nonostante la nascita dei figli, la situazione non è affatto migliorata anzi è andata sempre peggio. Come già riferito da diverso tempo mio marito spende i proventi che guadagna per l’acquisto della droga senza curarsi dei fabbisogni della famiglia, che riesco a mantenere grazie all’aiuto economico di mia madre». Quando si erano sposati Marianna lavorava in uno studio come geometra ma si era dovuta dimettere. Lui non voleva che lavorasse. Doveva restare a casa. Ha poi ripreso negli anni successivi per evidenti necessità.

«Sono esausta, oltre a dover mantenere mio marito, debbo pure incassare ripetute violenze fisiche – lo sfogo di Marianna in un’altra querela - ogni qualvolta cerco di farlo ravvedere mi percuote violentemente. Solo mia madre è a conoscenza dei lividi a tutto il corpo. Con la speranza che mio marito potesse ravvedersi non mi sono mai rivolta alla giustizia». Un giorno però ha deciso di non essere più disposta a sopportare. «Ho subito in silenzio fino al 22 settembre 2006 – raccontava nell’ennesima querela - quando, a seguito di una discussione circa un possibile sfratto dall’attuale abitazione che potevo subire, in uno scatto d’ira ha afferrato una sedia dalla cucina con la quale ha cominciato a colpirmi in tutto il corpo».

A quel punto ha preso i figli ed è scappata a casa della madre. Soprusi, minacce e violenze sono proseguiti ogni volta che si recava a prendere i figli. Aveva anche scritto un memoriale Marianna che avrebbe voluto consegnare al Tribunale dei minori per chiedere l’affidamento dei bambini. «Aspettavo la mia razione quotidiana di botte rassegnata – scriveva – per evitare che quella bestia rivolgesse le sue attenzioni contro i miei figli. La mia è una storia vera di violenza, fatta di quotidiane umiliazioni». I tre orfani ora vivono a Senigallia, adottati da Carmelo Calì, cugino di Marianna, e dalla moglie Paola Giulianelli.

 

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