Pittrice uccisa, la verità sull'omicidio
dalle larve sul cadavere della Rapposelli

Pittrice uccisa, la verità
sull'omicidio dalle larve
sul cadavere della Rapposelli
Chi pensava che ormai fosse stata in pratica archiviata la possibilità di venire a capo dei motivi della morte della pittrice Renata Rapposelli, per la quale sono in carcere il figlio Simone e l’ex marito Giuseppe, si sbagliava. E’ vero che ben quattro esami autoptici, peraltro molto accurati, non avevano accertato le cause del decesso, escludendo soltanto che la pittrice fosse morta per un colpo di pistola o di arma,ma la Procura anconetana con il pubblico ministero Laurino non si era mai arresa a questa evenienza. E si è appreso che l’autopsia in pratica è come se continuasse ancora. Al centro di questa nuova e particolare attenzione ci sono le larve, sì le larve che sono state trovate all’interno dell’intestino della donna e dalle quali dovrebbe arrivare un’altra risposta, stabilire se la pittrice sia stata avvelenata. La larve potrebbero dare questa risposta e non è cosa da poco se davvero, in un modo o nell’altro, da questo ulteriore esame, arrivasse una qualche risposta. Resterebbe, in caso negativo, solo la possibilità che possa essere stata strangolata, soffocata, cosa chiaramente la più difficile da accertare.

Tutto questo viene fuori quando ancora da parte dei legali di Simone Santoleri, gli avvocati Carradori e Reitano, ci si chiede il motivo del trasferimento dello stesso Simone dal carcere di Castrogno a quello di Lanciano, dove ieri gli avvocati si sono recati per “sentire” il loro assistito. Simone ha smentito decisamente che abbia avuto dei dissidi con altri detenuti o che sia stato minacciato da qualcuno, ma il pubblico ministero Enrica Medori ha posto alla base del trasferimento “motivi di sicurezza”. «Motivi- sostengono gli avvocati. che noi non abbiamo ravvisato ed ancor di più dopo aver parlato con Simone e per questo chiederemo delle spiegazioni o potremmo anche ricorrere al Tribunale di sorveglianza». Ma dall’udienza davanti al Riesame della Corte d’Appello de L’Aquila, (fissata per giovedì) di fronte alla quale Carradori, Reitano ed anche Angelozzi (per il padre Giuseppe) chiederanno che i tre vengano posti in libertà o, in subordine, agli arresti domiciliari, potrebbe arrivare qualche risposta ai dubbi che ancora si arrovellano attorno al trasferimento. «Ciò di cui invece è preoccupato Simone- ha insistito l’avvocato Carradori- è soprattutto la lontananza dal padre, questo provvedimento sembra voler essere “punitivo” in tal senso. Pur non essendo reclusi nella stessa ala di Castrogno e godendo dell’ora d’aria in ambiti diversi, i due, attraverso specifici permessi, finora si potevano vedere e parlarsi e il figlio poteva appunto sincerarsi delle condizioni di Giuseppe. L’altro problema è quello della casa dopo l’ordinanza di demolizione notificata dall’Ufficio tecnico comunale delle parti ritenute abusive, quelle che egli aveva realizzato per dare un alloggio più confortevole al genitore. Il Comune chiede che tutto venga demolito in novanta giorni, ma come fa Simone a provvedere in qualche modo essendo recluso. Ho fatto istanza all’Ufficio tecnico perchè si tenga conto di questa particolare situazione».
 
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Martedì 17 Aprile 2018, 09:45 - Ultimo aggiornamento: 17-04-2018 10:59

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