Sparò alle ruote dell'auto in fuga e uccise un ladro: ricorso respinto, carabiniere condannato definitivamente

Giovedì 3 Dicembre 2020 di Federica Serfilippi
Il lunotto sfondato dell'auto in fuga

OSTRA VETERE - Niente più possibilità d’appello. È stato respinto dalla Corte di Cassazione il ricorso presentato dai difensori di Mirco Basconi, l’appuntato dei carabinieri, a questo punto condannato in via definitiva per aver colposamente provocato la morte di Korab Xheta, 23enne albanese ucciso da un colpo di pistola nelle campagne di Ostra Vetere durante un’operazione condotta dall’Arma per braccare una banda di ladri dedita ai furti in abitazione. In abbreviato, il 44enne Basconi (all’epoca dei fatti in servizio alla stazione di Ostra), era stato condannato nel novembre 2016 a scontare un anno di reclusione, pena sospesa. 

 

 

Il verdetto era stato parzialmente rivisto dalla Corte d’Appello, nel marzo 2018: 7 mesi e 10 giorni (sempre con la sospensione condizionale della pena) per il militare, difeso dagli avvocati Mario e Alessandro Scaloni. I familiari della vittima, morta dopo 4 giorni di agonia all’ospedale di Torrette, erano rappresentati dall’avvocato Teodoro Serino. La pallottola sparata il primo febbraio 2015 dalla pistola di Bastoni aveva colpito alla nuca Xheta, mentre si trovava sul sedile posteriore del suv Mercedes intercettato dai militari in contrada Lanternone e sospettato di essere il mezzo su cui si stava spostando la banda. Prima di arrivare addosso al 23enne e sfondare il lunotto, il proiettile aveva rimbalzato sull’asfalto. I carabinieri avevano trovato il suv fermo ai bordi della strada. Si erano avvicinati per un controllo. Sembrava che a bordo della vettura non ci fosse nessuno. Invece, si era improvvisamente messa in movimento, in direzione del gruppo dell’Arma, creando – come sostenuto dalla difesa – il rischio investimento. A quel punto, i militari avevano fatto fuoco, esplodendo cinque colpi (quattro Basconi) e puntando alle gomme. Stando a quanto scritto nel ricorso, l’azione degli occupanti del suv sarebbe consistita in un tentativo di fuga che «ha determinato, per le sue concrete modalità, l’insorgere di un pericolo per l’incolumità dei militari, ma anche un serio rischio per l’incolumità di terzi», dato che quel giorno il paese celebrava la festa cittadina, richiamando un vivace viavai di persone. Elementi, secondo la difesa, che non erano stati presi in considerazione in secondo grado. 

La difesa, nel ricorso, aveva anche etichettato come «superficiale» la valutazione della Corte d’Appello che potessero «sussistere modalità alternativa cui il militare avrebbe potuto far ricorso». In realtà, secondo i difensori, Basconi e i colleghi prima di sparare alle ruote avevano già fatto ricorso a tutte le opzioni possibili «che si erano rivelate del tutto inefficaci. Basconi non aveva altra scelta se non quella di cercare di bloccare la fuga facendo uso delle armi avendo già sperimentato il fallimento di metodi più soft» quali l’inseguimento, un colpo di pistola sparato in aria da un altro appuntato, il controllo da vicino del suv. 

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