​Mattia, il video diventa un’arte. Presentatore, regista e youtuber: «Ho iniziato in famiglia, ai pranzi di Natale»

Domenica 2 Agosto 2020 di Valentina Berdozzi
Mattia Toccaceli
ANCONA - Ci è nota sotto forma di teoria, accompagnata dall’immagine del faccione di Albert Einstein. Si chiama teoria della relatività ed è una scoperta sensazionale, ancora dibattuta, che ha impresso un’accelerazione fortissima alla scienza moderna facendole compiere un balzo in avanti impressionante. Una rivoluzione - si potrebbe commentare - che ha alla base osservazione, intuito e la capacità di non fermarsi alla superficie delle cose. Sulle pareti della camera di Mattia Toccaceli non ci sono diplomi di laurea in fisica né dottorati di ricerca in matematica quantistica e la sua scrivania non è un vortice di fogli pieni zeppi di numeri e di calcoli eppure, della relatività, lui ha fatto la sua arma nel mondo, il mezzo più efficace per raccontare la quotidianità. Perché nell’universo, oltre alle regole della meccanica, della matematica e dell’elettromagnetismo esiste anche la legge sacra per cui ogni storia merita di essere raccontata dallo sguardo di chi la osserva e dal suo relativo punto di vista. 

 
La storia
Inizia così la storia di Mattia - autore per video e tv, presentatore, regista e Youtuber - ed è la storia di un ragazzo con la passione per il racconto, con la voglia di rappresentare l’universo percorrendolo, in lungo e largo, telecamera alla mano, alla ricerca di storie da condividere. E inizia in un giorno preciso: «Sono nato il 17 settembre, una data che fa decisamente rumore - sorride - perché a quel numero è associata un’idea di non fortuna che, soprattutto negli anni della formazione obbligatoria, è andata a braccetto con il primo giorno di scuola. Insomma, una sfortuna al quadrato che, però, i miei genitori hanno sempre tentato di alleviare cercando di rendere ogni compleanno una giornata bellissima, nuovo anno scolastico a parte. Ci riuscirono perfettamente, ad esempio, quando mi regalarono, ai tempi delle superiori, una telecamera: è con quella che la mia passione per il racconto si è amplificata, trasformandosi in un’esperienza che, nel 2006 a soli 18 anni, mi ha permesso di aprire un mio canale su YouTube e diventare uno dei primi video-blogger del paese. Un contenitore tutto mio in cui riversare il materiale che reperivo e che parlava di me, del mondo, di me nel mondo. Come quando, il giorno di Natale di tanti anni fa, ho raccontato ai parenti riuniti a casa dei miei nonni per la grande abbuffata del 25 Dicembre la storia che aveva per protagonista il coniglio che mia nonna Marisa un giorno aveva servito a tavola, quello che le avevo visto cuocere in padella una mattina che mi ero alzato di soppiatto e che, il giorno prima, mio nonno Giuseppe mi aveva fatto conoscere tra quelli che allevava. Non ricordo quanti anni avessi all’epoca ma posso dire con certezza che, quei racconti recitati in piedi sulla sedia davanti a tutti, sono lo scheletro di una voglia di dire che ancora oggi mi accompagna e mi rende me» chiosa Mattia.

L’orgoglio
Quel «me» lanciato con orgoglio e leggerezza raccoglie un universo di esperienze radiofoniche, televisive, vissute sul palco e nelle quinte, da blogger e video-blogger, da regista e intervistatore, autore e presentatore maturate tutte nel giro di 32 anni di spontaneità e simpatia e pesca nei ricordi di un bambino che «adorava passare la serate a intrattenere i genitori con spettacoli di magia e piccoli concerti, io che alle serate passate in musica a casa ero abituato, tra le performance di mio padre agli strumenti e mia madre al canto e quelle con la chitarra di mio nonno materno Giuseppe: ogni sera, dopo cena, buttava giù il suo bicchierino di grappa ed eseguiva le canzoni che conosceva tutte rigorosamente in sol e in do, ovvero negli unici due accordi che sapeva eseguire - ride Mattia - E se nonno Giuseppe era così, non meglio era mia nonna paterna Elsa: pur di strapparmi un sorriso era capace di uscire di casa con in testa una ciambella di quelle che usano i bambini al mare per galleggiare o di presentarsi in spiaggia vestita da Arlecchino. Con premesse così - alza le sopracciglia Mattia - come potevo essere io, se non quel bambino che effettivamente ero, di norma sulle sue ma che si apriva quando stava in mezzo agli altri? Per di inserirmi nel gruppo, ho frequentato anche un corso di calcio ma, durante gli allenamenti, il mio pensiero era solo per la lezione di musica che sarebbe iniziata subito dopo. Non ero certo un fenomeno e i miei lo capirono benissimo durante la partita organizzata dal mister per dar bella mostra di noi a nonni e genitori: passai tutto il tempo in panchina arrabbiato con l’allenatore perché non mi faceva scendere in campo e, quando finalmente arrivò il mio momento, tutti capirono con grande evidenza che l’agonismo calcistico non faceva certo per me».

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