Bosso: «Spezzare l’emozione un crimine come squarciare un Caravaggio»

Martedì 4 Febbraio 2020 di Maria Cristina Benedetti
Il Maestro Ezio Bosso sul podio delle Muse

ANCONA - La musica salva la vita. La convinzione di Ezio Bosso (nella foto gentilmente concessa da Pergolini), direttore d’orchestra, compositore e pianista, non accetta interferenze. Neppure quella del trillo d’un cellulare, che s’amplifica nel silenzio religioso di un teatro. 
Maestro, spezzare l’emozione di chi esegue un brano e quella di chi ascolta è stupidità o maleducazione? 
«È un crimine, un delitto, quasi come squarciare una tela del Caravaggio, con la differenza che in quel caso si può restaurare, mentre un’emozione spezzata è persa per sempre».

È la prima volta che viene disturbato durante un concerto dallo squillo di un telefonino?
«Non è un fenomeno anconetano. Due mesi fa è accaduto per tre volte alla Scala. Succede spesso, troppo spesso. È l’indolenza italica».

Di chi è la colpa? Troppo facile dire: delle tecnologie? 
«Troppo semplice, direi piuttosto del loro utilizzo malato. Non vede la gente per strada che cammina con i telefonini negli occhi? Non guardano, non vedono».

Entri nel dettaglio. 
«Sono ossessionati da quella presenza, convinti di diventare personaggi attraverso i social. Rinunciando a essere persone, che tristezza». 

Detto da lei, che della notorietà ha fatto un sistema di vita, l’osservazione vale doppio. 
«Io, tutt’al più, sono una personalità pubblica. Ma il valore a cui tengo è essere persona. I personaggi sono quelli dei fumetti». 

Niente sconti? 
«Impossibile farne. Vivere con i cellulari negli occhi genera un deficit cognitivo. E non ci si rende conto del male che si provoca». 

Come la commozione infranta domenica alle Muse?
«È come dar fuoco a un cartone di Leonardo. Irrecuperabile. L’altra sera l’interferenza è arrivata in un momento di attesa, di tensione, che porta la firma di Mozart. Noi, l’orchestra e io, l’abbiamo tenuta molto più lunga, tecnicamente si dice gran pausa».

La sua reazione istintiva? 
«Ho tentato di recuperare l’incanto». 

Quindi ha eseguito il brano fino in fondo. 
«Assolutamente. Solo dopo ho espresso tutta la mia amarezza per quel danno che siamo stati costretti a subire, tutti». 

Mai aggressivo. 
«Non serve. Credo nella forza del ragionamento, da fare insieme. All’inizio d’ogni spettacolo sono solito rivolgermi al pubblico, sorridendo, per spiegare che a teatro si dovrebbero dimenticare quei cellulari: è persino inutile silenziarli, io riesco a sentirli lo stesso. Mi dispiace solo di non aver parlato anche quella sera». 

Sulla scena internazionale cosa avviene? 
«Si usano jammer telefonici, ovvero disturbatori di frequenze, per bloccare il segnale. Dovremmo organizzarci anche qui». 

Secondo il manifesto di Mozart14, di cui lei è testimone e ambasciatore, la musica può diventare efficace strumento per costruire una società migliore. Ma non tutti riconoscono questo potere. 
«Noi musicisti sociali, che sentiamo il dovere di contribuire a portare l’armonia delle note ovunque ce ne sia bisogno - in carcere, fra i migranti, nelle scuole, fra i naufraghi e nei luoghi in cui la povertà annienta il futuro - siamo convinti che sia lo “strumento”. Ma i nostri amministratori politici non ci credono». 

Stavolta l’attacco è più diretto, più duro. 
«Le sembra che in giro ci sia l’educazione alla bellezza del suono?». 

Forse no, ma ad Ancona lei ha fatto il tutto esaurito. 
«Lo scriva forte: anche domani (oggi, ndr) a Pesaro sarà la stessa storia, nel giorno d’esordio di Sanremo». 

Allora è ottimista? 
«Sempre. È la lezione dei grandi: Mozart, Chopin, Abbado. Ogni dolore, anche il più profondo, che noi musicisti conosciamo bene, genera l’occasione di andare avanti. L’educazione». 

 

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