Muore l’investitore di Scarponi
L’artigiano che viveva di rimorsi

Muore l’investitore
di Scarponi, l’artigiano
che viveva di rimorsi
di Lorenzo Sconocchini
    FILOTTRANO - «Non l’ho visto, vi giuro che non l’ho visto». Chissà quante volte l’ha ripetuto, in una nenia sofferta che ha scandito i suoi giorni da quel maledetto 22 aprile, quando guidando il suo furgone da artigiano piastrellista investì Michele Scarponi in via dell’Industria. Giuseppe Giacconi, 58 anni ancora da compiere, si è spento l’altra sera nella sua abitazione di via Fraschetale, consumato da un male incurabile.

 

Un tumore scoperto nell’autunno scorso, una sofferenza che negli ultimi tre mesi di vita s’era aggiunta al peso di un rimorso infinito per l’incidente causato da una sua imperdonabile distrazione, costata la vita al campione di ciclismo. Conosceva bene Michele, come tutti in paese, e appena sceso dal furgone ammaccato dall’urto Giacconi l’aveva riconosciuto dal caschetto e dalla maglia celeste dell’Astana. Chi era lì, ricorda ancora le sue urla disperate, «Micheleeeee, Michè», con cui provava a risvegliarlo, mentre il campione era esanime a terra, morto sul colpo, incastrato sui resti della bici da corsa che pareva smontata, una ruota schiacciata sull’asfalto e l’altra impennata verso il cielo azzurro, illuminato dal sole. 

Era indagato a piede libero per omicidio stradale (reato che prevede da due a sette anni di carcere) per aver causato, con la sua condotta imprudente al volante, la morte di Michele Scarponi, 37 anni, ciclista professionista da 15, vincitore del giro d’Italia 2011. Non aveva bevuto, come accertò l’alcoltest. «Non l’ho visto, mi ha abbagliato il sole in faccia», dichiarò a caldo ai carabinieri della azione di Filottrano, che subito lo sanzionarono con una contravvenzione di 154 euro per violazione dell’articolo 145 del codice della strada, dedicato ai casi di mancata precedenza. 

La Procura stava per chiudere l’inchiesta, mancavano solo alcuni accertamenti tecnici sulla velocità e sul punto esatto dell’impatto, ma le responsabilità dell’incidente non erano in discussione. Ora, con la scomparsa di Giacconi, il procedimento penale si concluderà con l’estinzione del reato per la morte del reo e resterà solo una questione civilistica, che coinvolgerà la compagnia assicuratrice.

Giuseppe Giacconi, padre di famiglia, aveva scoperto di essere gravemente malato a novembre e già i primi accertamenti avevano evidenziato che il male era a uno stadio avanzatissimo, da non lasciare speranze. Così dopo un periodo di ricovero in ospedale, prima di Natale, erano stati gli stessi medici a disporre le dimissioni, perché oltre sarebbe stato accanimento terapeutico. Chi gli è stato accanto in questi dieci mesi, racconta la sofferenza di un uomo quasi annientato dal peso della responsabilità, che pensava spesso alla vedova Scarponi, ai suoi gemellini, ai genitori di Michele. Ma il tipo di patologia era di quelle che non lasciano scampo, sia che combatti come un leone per restare aggrappato alla vita, sia che la vita non ti sembra più avere un senso. Per lui il cardinale Edoardo Menichelli, ai funerali di Michele, aveva invocato «consolazione e pacificazione», chiedendo una preghiera anche per l’investitore che «porta nel cuore» il rimorso di aver «drammaticamente segnato la vita di Michele e della famiglia» . 
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Marted├Č 13 Febbraio 2018, 04:15 - Ultimo aggiornamento: 13-02-2018 21:49

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