Falconara, minacce al commerciante
dall'affiliato Isis: «Paga o rompiamo tutto»

Giovedì 11 Ottobre 2018 di Federica Serfilippi
FALCONARA - «Mi chiedevano di pagare 50 o 80 euro per volta. Se non lo avessi fatto, avrebbero distrutto il locale, oppure spacciato droga all’interno». A gennaio era stata questa la testimonianza resa davanti al collegio penale da parte di un 43enne del Bangladesh, titolare di un kebab di Falconara, nei pressi della stazione ferroviaria. L’uomo aveva accusato i suoi aguzzini di essere stato tenuto sotto tiro per almeno due anni, fino all’arresto avvenuto il 25 maggio 2015 dopo un parapiglia che si era scatenato nel locale della vittima. In quell’occasione in manette c’erano finiti i due presunti ricattatori, entrambi tunisini: il 33enne Tarek Amdouni e il 34enne Sami Chebli. Il primo ieri è stato condannato a scontare 5 anni e 3 mesi di reclusione per il reato di estorsione aggravata. Al termine dell’espiazione della pena, i giudici hanno anche stabilito l’espulsione dal territorio italiano per il nordafricano. 
Per Chebli, invece, il processo non è mai iniziato. La sua posizione è stata stralciata durante l’udienza preliminare. Nel gennaio 2017 il tunisino è stato infatti rimpatriato su disposizione del Viminale perché sospettato di aver simpatizzato sul web per l’Isis e aver avuto legami con Anis Amri, l’attentatore dei mercatini natalizi di Berlino.
 
Nel procedimento aperto per estorsione è rimasto coinvolto anche il bengalese che ha impersonato sia il suolo di parte offesa sia quello di imputato per il reato di lesioni personali aggravate. A puntare il dito contro di lui è stato Amdouni, difeso dall’avvocato Pietro De Gaetani. Il tunisino aveva querelato il negoziante sostenendo di essere stato picchiato in testa con una mazza di ferro il giorno del suo arresto. Dieci erano stati i giorni di prognosi firmati dall’ospedale di Torrette. Il commerciante è uscito indenne dall’accusa. Il collegio presieduto dal giudice Carlo Masini lo ha infatti assolto. 
Stando alla testimonianza della vittima, ricatti e ritorsioni da parte dei due tunisini sarebbero andati avanti per un paio di anni. I nordafricani avrebbero preteso una sorta di pizzo per lasciar lavorare liberamente il bengalese. Se non avesse pagato, avrebbe potuto vedere il suo locale trasformarsi in una piazza della droga oppure assistere alla sua distruzione. La vittima aveva anche accusato i tunisini di aver minacciato il figlio minorenne. Il 25 maggio 2015, Chebli e Amdouni erano entrati nel locale. «Avevano preso due birre – ha sostenuto il bengalese – senza pagare. Poi mi avevano chiesto dei soldi, altrimenti avrebbero spaccato il negozio». All’ennesima minaccia ricevuta, il 43enne aveva deciso di reagire, dando vita a un parapiglia a cui avevano messo fine i carabinieri. In quell’occasione i militari della Tenenza avevano sequestrato un coltello. I tunisini erano stati arrestati e portati a Montacuto, per poi essere scarcerati su disposizione del gip.  © RIPRODUZIONE RISERVATA