«È l’ultimo caffè, noi baristi siamo carne da macello. Non ha senso lavorare così»

Giovedì 21 Maggio 2020 di Stefano Rispoli
«È l’ultimo caffè, noi baristi siamo carne da macello. Non ha senso lavorare così»

ANCONA  Altro che fase-2. Per molti è stato l’ultimo giro di chiave. Luci spente, serrande abbassate: sono quelli che la ripartenza non sanno cosa sia, travolti dalla crisi da Covid. Due mesi di lockdown hanno lasciato il segno: un mucchio di debiti, rate dei mutui, bollette da pagare. Uno dietro l’altro, baristi e ristoratori stanno gettando la spugna, stritolati dai conti che non tornano e da protocolli troppo rigidi. Quando aveva deciso di aprire il MaDe Bar in via Martiri della Resistenza, a settembre, Andrea Governatori, 42 anni, due figli e il terzo in arrivo, pensava di aver fatto la scelta migliore, dopo l’esperienza vissuta al Mati’s Cafè di via Torresi. 

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«Ho investito in questo progetto - racconta -. Ma poi è arrivato il Coronavirus. In quanto titolare di una nuova attività, non rientravo nelle agevolazioni per il prestito di 25mila euro né c’erano le condizioni per riaprire. Avrei rischiato troppo. Il mio è un piccolo locale: in questa giungla normativa era impensabile lavorare. Sarei stato carne da macello». Così, Andrea ha deciso di mollare, a malincuore. «E’ stata la scelta più logica per non gravare sul bilancio familiare - dice - Per fortuna mia moglie ha un lavoro, ma io dallo Stato ho ricevuto solo 600 euro con cui ho pagato gli arretrati con i fornitori. Ora mi metterò a cercare una nuova occupazione. I colleghi sono disperati. Gira poca gente, c’è diffidenza, gli incassi si sono ridotti dell’80%. Ha senso lavorare così?».

Per molti operatori del food, no. Neanche se stai in pieno centro. Marco Stecconi aveva inaugurato il Cafè In l’8 febbraio, sotto i portici di piazza Cavour. Tempo un mese, si è diffusa la pandemia. Il 10 marzo lo stop provvisorio, lunedì quello definitivo. «Con grande rammarico, chiudo definitivamente», dice in un video autoprodotto. In vetrina, un avviso che sintetizza le preoccupazioni della categoria. «Non posso fare da vittima sacrificale, così non si può andare avanti: ho un solo ingresso, avrei dovuto far entrare una persona per volta. Quanti caffè e cornetti avrei dovuto servire al giorno per pareggiare le spese? Lo Stato, poi: mi ha dato l’elemosina di 600 euro, quando di affitto ne pago 2200 e mi è già arrivato un sollecito di pagamento per le bollette arretrate». E allora basta: Marco, che ora si concentrerà solo sulla gestione del Bananas a Marina di Montemarciano, scende dalla ruota. «Ho perso oltre 10mila euro: consegno le chiavi e me ne vado». 

Non si arrendono solo i piccoli. Anche i grandi faticano. Fino a due mesi fa le cose andavano benone da Elios Coffee and Food, ristorante sulla Direttissima del Conero, meta per automobilisti, comitive di giovani e famiglie. «In un anno e mezzo avevamo creato una bella realtà, io, mia moglie e i miei tre figli - racconta Andrea Tozzi -. Ma all’improvviso è arrivato il Covid e ci siamo dovuti fermare: lo Stato non ha fatto niente per la nostra categoria. Aumentavano i debiti, c’erano gli affitti da pagare: siamo stati abbandonati, nessuno ci ha aiutato e ho dovuto licenziare 26 dipendenti. Chi come me ha la partita Iva è condannato a morte, non esiste tutela». E allora, la scelta è stata obbligata. «Ho aspettato l’ultimo decreto, ma anche lavorando al 50% sarei andato in perdita. Il nostro viaggio finisce qui, nella speranza che, dopo aver chiuso una porta, si riapra un portone quando il virus sarà sparito». 

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