Lo psicologo con l’infermiera: «Quando Ilaria torna a casa pensa ai malati che ha lasciato»

Sabato 4 Aprile 2020
Ilaria Marinangeli e Samuele Antonini

ANCONA  - Lui, Samuele Antonini, risiede a Borghetto di Monte San Vito, in provincia di Ancona, è uno psicologo che lavora come educatore in una comunità per minori. Lei, Ilaria Marinangeli, 28 anni, è un’infermiera del Pronto Soccorso dell’ospedale regionale di Torrette. Entrambi, in modo diverso, stanno vivendo l’emergenza Covid-19. Samuele, 31 anni, attende il ritorno a casa della moglie, dopo una giornata di lavoro in ospedale. «È in servizio da due mesi a Torrette – racconta – e ogni sera penso, mentre attendo che rientra a casa, a come sarà andata la sua giornata». 

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Non c’è da sottovalutare, infatti, l’aspetto familiare: dietro una persona che in questo momento lavora in ospedale per l’emergenza Coronavirus, c’è un marito, un padre, una madre, un parente che si preoccupa. «Per entrare nell’area Covid – dice Samuele - Ilaria e i suoi colleghi si vestono di tutto punto, mascherina, occhiali, camice, cuffia, due paia di guanti, completamente bardati per proteggersi e non rischiare l’infezione. Una volta dentro non possono bere, non possono andare in bagno, né asciugarsi il sudore, gli occhiali si appanneranno, ma non importa, devono continuare senza sosta per evitare di togliere le protezioni». Un lavoro non facile quello delle infermiere, degli operatori socio-sanitari e del personale addetto alle pulizie. 

Un marito attento si pone mille interrogativi e la testa frulla in continuazione non potendo vedere, con i propri occhi, come lavora in ospedale la propria moglie. «Certo il corpo è protetto, ma lo saranno altrettanto i loro cuori? Quanto si sentiranno impotenti davanti ad un paziente che peggiora nonostante i loro sforzi e quelli dei medici? Insomma, i loro bisogni non esistono più, devono gestire le loro emozioni ed in quei momenti pensare ad alleviare le sofferenze dei pazienti». Interrogativi a cui non sempre è facile dare risposta. «Anche stasera – confida - ritornerà con la faccia segnata da mascherina ed occhiali, preoccupata per i pazienti che ha lasciato, con la sensazione di non aver fatto abbastanza».

Come sempre si torna a casa stanchi. Negli ospedali, in questi giorni, i turni sono tosti, sia fisicamente che psicologicamente. Con il passare del tempo aumenta la consapevolezza che chiunque può essere contagiato e nasce il timore di contagiare i familiari. «Vorrei trovare le parole giuste per esserle di conforto, vorrei togliere dalla sua mente i volti di chi ha visto soffrire in solitudine, vorrei che tutto quello che sta succedendo si potesse cancellare o pensare che è solo un brutto sogno. L’unica cosa che posso fare è stringerla forte fra le mie braccia, trasmettendole amore e serenità» dice Samuele non senza commuoversi nel ringraziare tutto il personale per il grande lavoro che fa. Laureato in psicologia all’Università de L’Aquila, indossa i panni dello specialista. Consiglia a tutti di «conservare le proprie abitudini e mantenere i contatti con le persone che fanno parte della nostra vita, familiari, amici e colleghi. Inoltre non bisogna aver paura di esprimere i propri stati d’animo e le proprie emozioni ma imparare ad accettarle».

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