Sos stagionali introvabili: «Li pagano per stare a casa, perchè dovrebbero lavorare?»

Venerdì 9 Luglio 2021 di Maria Cristina Benedetti e Andrea Maccarone
Sos stagionali introvabili: «Li pagano per stare a casa, perchè dovrebbero lavorare?»

ANCONA - Il lavoro stagionale non attira più. Gli operatori del turismo e dei servizi al pubblico faticano a trovare personale. È questo il fenomeno che ha colpito il settore in un momento in cui molti credevano in una ripartenza sprint. E invece la bella stagione al ristorante e sulla spiaggia, i più giovani preferiscono farla da clienti piuttosto che da lavoratori. Una volta, nella pausa estiva dallo studio, per i ragazzi era un orgoglio il lavoretto stagionale, e racimolare un po’ di soldi da spendere per gli hobby durante l’inverno. Tanto che albergatori, baristi, ristoratori e balneari non dovevano impegnarsi più di tanto per rimediare collaboratori di sala o in altre mansioni.

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Adesso il trend è inverso: la domanda ha superato l’offerta. «Arrivano pochi curriculum. E quando fissi il colloquio c’è anche chi non si presenta - afferma Michele Zannini del Caffè Giuliani – per cui non si riesce a fare una selezione accurata: la scelta è troppo ridotta». Va nelle pieghe: «Cerco camerieri full time, o anche per il fine settimana, che viene considerato un part time. Applico sempre il contratto nazionale». Le cifre? «Nel primo caso sono 1.200-1.300 euro al mese, riposo incluso, nel secondo 700 euro».

Il teorema

C’è chi addirittura ripassa dal via. È il caso di Giancarlo Filonzi, della Botte. «Dopo anni sono tornato in cucina, perché non riesco a trovare uno cuoco. La paga? È quella indicata dal contratto nazionale». Arriva al nucleo: «Non nascondiamoci. Se stanno a casa e prendono 800 euro di sussidio, perché dovrebbero andare a lavorare? Un lavapiatti arriva a poco di più di 1.200 euro. E poi da noi si fatica la sera, il sabato e la domenica». Simone Boari rafforza il teorema. «Mai come quest’anno è difficile la missione-personale». Anche il titolare di Rosa mixa full time e assunzioni per rafforzare la squadra nei weekend. È schierato con i colleghi. «Contratto nazionale. Un operatore per il bar, quarto/quinto livello, prende 1.200-1.300 euro». Il nodo, secondo lui, è il settore devastato dalla pandemia. «Chi ora percepisce un sostegno economico non vuole rinunciarvi, semmai preferisce arrotondare con qualche lavoretto in nero». Torna a dire: «Mai come quest’anno».
Fabrizio Giacchetti, del Molo di Portonovo, è una voce fuori dal coro: «I ragazzi dell’anno scorso hanno tutti confermato la loro presenza, poi due stagisti hanno accettato di restare con noi». Si allinea sulla voce-stipendi: «C’è il contratto nazionale, integrato dallo straordinario. Cerchiamo, tuttavia, di non stressare il personale, la stagione è lunga».
Torna ai tempi che furono Marcello Nicolini. «Si lavorava d’estate per comprarsi il motorino o per andare in vacanza con gli amici durante l’inverno - dice il volto e l’anima del ristorante Il Laghetto di Portonovo - adesso questi ragazzi il motorino ce l’hanno già, il cellulare idem e la vacanza la paga la famiglia». Un cambiamento culturale che ha trasformato i modelli sociali. «Una volta, fare il cameriere era l’aspirazione di tanti studenti, per l’estate». La retribuzione? «Sono 1.200-1.300, con il giorno di riposo». Non è una questione economica. «Il nostro è un impegno duro - continua - siamo operativi quando tutti sono in vacanza. È questo che non va giù ai giovani». Ma c’è chi insiste sugli stipendi: troppo bassi secondo alcuni. «C’è un contratto nazionale di lavoro, a cui tutti devono attenersi - replica Alberto Tassi, albergatore e presidente Asshotel Confesercenti Marche. - Purtroppo nessuno vuole guardare in faccia la realtà: ossia che molti chiedono di lavorare solo 5 ore o di non farlo nel weekend». L’altra questione riguarda i cosiddetti ammortizzatori sociali. 

La denuncia

«Addirittura c’è chi viene a chiedere di lavorare in nero perché percepisce il reddito di cittadinanza - spiega Zannini. - Siamo a livelli di follia». Per Tassi è doveroso volgere uno sguardo al futuro per cercare di comprendere quali saranno le prospettive del mercato del lavoro dopo un fatto epocale, come la pandemia, che ha contribuito a cambiarne i connotati. «Da qui ai prossimi dieci anni - incalza - saranno circa 11 milioni gli italiani che andranno in pensione. E 5 milioni i giovani che entreranno nel mondo del lavoro. Mancano all’appello 6 milioni di nuovi occupati. E questo perché facciamo meno figli. Il rischio è di mandare in crisi la coesione sociale». Le soluzioni non sono semplici per Zannini: «Si parla di disoccupazione ma le persone attive, alla ricerca di un lavoro sono sempre meno. Sta scemando la cultura del sacrificio e ciò si vede prima di tutto nei settori dove l’impegno fisico è maggiore».

 

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