Bimbo morto d'otite a 7 anni, la zia accusa l'omeopata Mecozzi in aula: «Diceva che i farmaci fanno male»

Mercoledì 28 Aprile 2021 di Federica Serfilippi
Il dottor Massimiliano Mecozzi a processo

ANCONA - «Diceva che non occorreva portarlo in ospedale, perché altrimenti non avrebbero fatto altro che togliergli un sacco di sangue e somministrato antibiotici e antipiretici. Sconsigliava l’uso della tachipirina, bisognava preoccuparsi solo quando la febbre arrivava a 43,5 gradi». Sono gli stralci della testimonianza resa ieri in tribunale da Aurora Olivieri, zia materna di Francesco Bonifazi, il bimbo di Cagli morto al Salesi il 27 maggio del 2017 per le conseguenze di un’otite bilaterale curata con rimedi omeopatici. Aveva 7 anni. 

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Il soggetto a cui ha fatto riferimento la zia è Massimiliano Mecozzi, l’omeopata a cui si rivolgeva la famiglia e che anche prima della tragedia, come emerso in udienza, aveva consigliato cure alternative per le otiti di cui soffriva Francesco. Il professionista, difeso dall’avvocato Fabio Palazzo, è accusato di omicidio colposo. Lo stesso reato per cui nel giugno 2019 sono stati condannati i genitori del bimbo, Mariastella Olivieri e Marco Bonifazi, a tre mesi di reclusione (pena sospesa). La zia ha ripercorso, non nascondendo a volte le lacrime, il decorso della malattia del nipote, iniziata tra il 7 e l’8 maggio 2017 con febbre e perdita di liquido da un orecchio.
Era stato avvisato Mecozzi che «prescrisse dei rimedi omeopatici». Dopo una settimana di febbre altalenante, il dolore era arrivato anche all’altro orecchio. Ulteriore chiamata («le telefonate erano molto frequenti») all’imputato: «Tranquillizzò mia sorella dicendo che era normale: quello che stava accadendo faceva parte del virus.

Aveva visto già in una ventina di casi simili». Il 23 maggio la visita domiciliare: «Visitò gli arti, guardò le pupille, auscultò il cuore e i polmoni di Francesco, ma disse: “non metto l’otoscopio nell’orecchio sennò faccio un casino”. Chiesi se era il caso di sottoporlo a indagini diagnostiche superiori, ma rispose che non occorreva portarlo in ospedale e che i decessi ospedalieri erano causati dalle medicine, non dalle malattie. Guardò la scheda anamnestica commentando: “ha fatto tutti questi vaccini, ci credo che è intossicato. Ci vuole un sacco di tempo ad espellere le tossine”».

In serata, un episodio di vomito spinse la mamma a chiamare ancora Mecozzi e a inviargli un video sulla condizioni del figlio: «Disse che il vomito era normale e che poi sarebbe venuta anche la diarrea. Solo dopo il virus sarebbe stato sconfitto». Nelle ore successive, la corsa all’ospedale di Urbino: Francesco era già in un stato di semi-coscienza. «Era necessaria una Tac all’encefalo – ha riferito una dottoressa del pronto soccorso –. La mamma non voleva che la eseguissimo, era spaventata dal fatto che le procedure potessero rivelarsi dannose. All’inizio si era opposta alla somministrazione del paracetamolo, poi acconsentì ai trattamenti successivi». 


Alle prime ore del 24 maggio, l’arrivo nella Rianimazione del Salesi, all’epoca diretta dal dottor Fabio Santelli: «La Tac aveva rivelato la presenza di un enorme ascesso (5,5 centimetri) nell’emisfero cerebrale sinistro. Dopo tre giorni - ha detto il medico -l’encefalogramma è diventato piatto. E’ stata effettuata una terapia antibiotica ma è stata tardiva». Il processo continuerà il 18 maggio. Sono tre le parti civili: il nonno materno (avvocato Federica Mancinelli), lo zio paterno (legale Daniela Gori) e l’Unione Nazionale Consumatori (avvocato Corrado Canafoglia). 

 

Ultimo aggiornamento: 29 Aprile, 09:21 © RIPRODUZIONE RISERVATA