Ore 18, clima da lockdown. E corso Garibaldi si svuota

Martedì 27 Ottobre 2020 di Andrea Maccarone
Ore 18, clima da lockdown. E corso Garibaldi si svuota

ANCONA  - Clima da lockdown. Corso Garibaldi si svuota alle 18, e le serrande abbassate di bar e ristoranti evocano uno scenario di desolazione. Poca gente in giro.

 

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Gli uffici pubblici usufruiscono dello smart working. E il turno del pranzo nei bar e ristoranti del centro è un flop generale. «Si respira aria pesante - dice Gabriele Capannelli della Bontà delle Marche - prevedo un ulteriore calo degli affari del 30%». E tra gli esercenti c’è già chi ricorre alla cassa integrazione per i dipendenti. 


«Al momento sono 5 i nostri collaboratori per cui abbiamo adottato questa misura - dice Fabrizio Boari, titolare di Rosa Food - ma ho il sentore che andremo ad aumentare. Questo nuovo decreto lo trovo molto discriminatorio, colpisce solo la nostra categoria». L’ultima misura precauzionale sembra aver diffuso un senso di profonda incertezza tra i cittadini. Se non addirittura di paura. Il primo giorno di chiusure anticipate di bar e ristoranti segna un triste risultato: incassi al minimo, per qualcuno prossimi allo zero. E l’impressione è che non andrà meglio nei prossimi giorni. «Sembra che sia già tutto bloccato - continua Boari - la gente percepisce un senso di paura, non di sicurezza. Eppure la nostra categoria è quella che ha rispettato alla virgola i protocolli e le misure». Ieri doveva essere l’esordio del servizio al pubblico concentrato su due fasce orarie: colazione e pranzo, per i bar. Turno unico per i ristoranti: pranzo. Ma la prima non è stata affatto buona. «Ringrazio il cielo che questa settimana ci sono le lauree - dice Sara Ambrosio, titolare di Amarcord - con cui riusciamo a fare qualche rinfresco, ma sempre con presenze contingentate. Altrimenti sarebbe sarebbe stato un disastro».

 
Gli imprenditori della ristorazione se lo sentivano. Con la serrata alle 18 sarebbe andato in fumo l’orario più proficuo, ovvero quello dell’aperitivo serale e delle cene. Viene da sé che i titolari delle attività si trovino a dover fare una seria analisi sul personale. La cassa integrazione è la prima via per evitare, almeno nell’immediato, di ricorrere al provvedimento più drammatico: il licenziamento. «Finché possiamo, utilizzeremo la turnazione delle ferie prima ancora di intraprendere la strada della cassa integrazione - spiega Michele Zannini del Bar Giuliani - per ora abbiamo messo in ferie tutti i dipendenti del turno serale, almeno hanno la garanzia dello stipendio pieno». «Anche noi utilizzeremo le ferie per i dipendenti che non le hanno ancora consumate - ribatte Sara Ambrosio - ma se questa situazione si prolungherà oltre il mese di novembre penserò alla cassa integrazione». Si naviga a vista, dunque. E lo stoico ottimismo degli imprenditori di settore va scemando sempre più. «La cassa integrazione sarà uno strumento che purtroppo ci troveremo tutti ad adottare – afferma Capannelli – ma la volontà è di mantenere tutti i posti di lavoro». Il momento è critico. Si deve ridurre al minimo le occasioni di contagio, ma gli operatori non ci stanno a essere etichettati come attività a rischio. 


Domani alle 11,30 andrà in scena il flash mob degli esercenti della ristorazione e delle attività di somministrazione. L’iniziativa dal nome #siamoaterra è promossa da Fipe-Confcommercio e ci si aspetta una partecipazione massiccia da parte dei diretti interessati. «Fa strano pensare agli imprenditori in piazza a manifestare - dice Boari - noi siamo quelli che di solito si rimboccano le maniche e continuano a lavorare di fronte a ogni difficoltà. Ma in qualche modo dobbiamo farci sentire. Ci saremo anche noi mercoledì». Il luogo di ritrovo del sit-in sarà reso noto nella giornata di oggi. Per ora si sa soltanto che si tratterà di una sorta di flash mob silenzioso, e alla fine s’intonerà l’inno di Mameli. «L’umore generale è pessimo - prosegue Capannelli - l’eco mediatica della situazione si riflette nel comportamento delle persone, che già da oggi (ieri per chi legge, ndr) hanno dimostrato di volersi tenere alla larga dai luoghi pubblici». L’estate è già stata una dura prova per i ristoratori del centro città che hanno dovuto tenere botta alla forte competizione dei colleghi della costa. Ora l’obbligo di utilizzare solo un turno di servizio. Sostanzialmente quello meno proficuo, e per di più in uno scenario da “day after”. Una mazzata che si è cercato di scongiurare fino alla fine. Ma la crescita continua della curva dei contagi, anche nelle Marche, non ha lasciato altra scelta.

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