L'ira di un papà: «Non visitano mio figlio di tre mesi». La risposta del Salesi: «Rispettati i percorsi-Covid»

L'ira di un papà: «Non visitano mio figlio di tre mesi». La risposta del Salesi: «Rispettati i percorsi-Covid»
L'ira di un papà: «Non visitano mio figlio di tre mesi». La risposta del Salesi: «Rispettati i percorsi-Covid»
di Maria Cristina Benedetti
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Martedì 23 Novembre 2021, 03:30

ANCONA  - La paura si converte in tensione: è uno degli effetti collaterali di due anni di pandemia. In questo scenario parallelo si colloca la storia accaduta, domenica, al Salesi. 

 


Ore 12 e 30: Giuseppe, papà di due bimbi, si presenta al pediatrico, accompagnato dalla moglie vaccinata come lui, col figlio più piccolo in braccio. Un esserino di appena tre mesi. «È nato il 23 agosto». Nel riordinare i pensieri, quell’uomo indignato non tralascia alcun dettaglio. Va veloce, per arrivare subito al punto: «L’ho portato al pronto soccorso con importanti problemi di respirazione, ma non è stato visitato». Ricorda i momenti che hanno preceduto la decisione: «A casa era diventato cianotico, l’avevo messo a testa in giù per farlo riprendere». 


Via, verso l’ospedale. Al suo arrivo al pronto soccorso, Giuseppe è stato invitato a scendere al piano di sotto: «Nel triage-Covid, uno spazio non molto grande, ho visto che c’erano sette, otto bambini con tosse e raffreddore. Non me la sono sentita di far entrare il mio piccolo là dentro». In corridoio, il papà di un altro paziente ci ha messo il carico. «Mi ha segnalato un sospetto positivo, in quella sala. La mia convinzione a non entrare si è rafforzata». Non s’è dato per vinto, è tornato al piano superiore, pretendendo di parlare col medico di turno. «Il pediatra mi ha spiegato che mio figlio doveva passare per la prova-tampone, altrimenti non l’avrebbe potuto visitare. E pensare - riflette - che mentre parlavo lo tenevo in braccio e il dottore era lì, a due passi». Giuseppe arriva alle battute finali: «Ho chiamato persino i carabinieri che non sono venuti. È intervenuta la guardia giurata che, devo ammettere, mi è stata d’aiuto. Mi ha calmato». L’epilogo: «Sono tornato a casa e per tutta la notte ho tenuto mio figlio in posizione eretta perché il muco che aveva in gola gli toglieva il fiato. La mattina seguente sono andato dal pediatra di famiglia».


Sul fronte opposto, quello del Salesi, la disavventura di Giuseppe e del suo piccino viene presa da un’altra angolazione: la necessità di seguire i percorsi-Covid. Della serie: considerati i tempi e la sintomatologia di quel bimbo, il passaggio nel triage-Covid era obbligato. Così com’è necessario separare i percorsi dei bambini con patologie respiratorie, gastrointestinali o febbrili, sintomi riconducibili al Coronavirus, da quelli per traumi o altri disturbi. Un dettaglio: nella sala accettazione c’è una “pressione negativa”, in grado di favorire il deflusso all’esterno dell’aria, e proteggere coloro che la occupano. Un diktat: se un paziente o un accompagnatore dovessero risultare contagiati, verrebbero subito allontanati. Spiegazioni tecniche, difficili da metabolizzare per Giuseppe, che si era agitato, vedendo suo figlio respirare a fatica. Tra gli effetti collaterali di due anni di pandemia, c’è anche la paura che degenera in tensione.

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