L'architetto Mauro Tarsetti: «Le Grotte regno dei sogni, mi valsero un trenta e lode»

Mauro Tarsetti: «Le Grotte regno dei sogni, mi valsero un trenta e lode»
Mauro Tarsetti: «Le Grotte regno dei sogni, mi valsero un trenta e lode»
di Lucilla Nicolini
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Domenica 3 Dicembre 2023, 05:00 - Ultimo aggiornamento: 11:18

ANCONA - Quando, bimbetto di tre anni, scendeva al Passetto per lo stradello, stringendo la mano di papà Dante, Mauro Tarsetti non poteva immaginare che le grotte, regno dei suoi giochi estivi, gli avrebbero meritato un bel trenta e lode, un ventennio dopo. Primo anno di Architettura, a Firenze, esame di Cultura materiale extraurbana, con il prof Adolfo Natalini. «Già allora un’autorità. Il suo corso era focalizzato sui fenomeni costruttivi minori, come l’edilizia povera nelle campagne, case coloniche e granai. Gli proposi qualcosa di diverso, le nostre Grotte del Passetto, architettura spontanea sul mare. Non le conosceva, ne furono folgorati, lui e il suo assistente, Cristiano Toraldo di Francia».

Le illustrazioni di Dorè

Nato al Piano, nel ‘58, sette anni dopo la sorella Teti, Mauro era diventato subito l’accompagnatore ufficiale del padre, figlio del fornaio di Candia, durante i suoi giri dai contadini, amici di sempre. «A papà piaceva tornare in campagna, a comprare gli ortaggi e il vino». Prodotti a km 0 e chiacchiere infinite sull’aia. «Bambino solitario e pensoso, osservavo i paesaggi, toccavo gli attrezzi rustici. Deve essermi nata allora l’attenzione per i luoghi, e il loro rapporto con il costruito. La passione per la storia, invece, me l’ha trasmessa nonno Mario». Il padre di mamma Pelide, Mario Pierani, aveva la barbieria in corso Stamira, col fratello Pericle. «Già dai nomi, si capisce la nostalgia per l’antichità di nonno, che il poeta dialettale Marino Fraticelli chiamava “barbaro barbiere”, arrotando le erre». Mauro amava frequentare la bottega dove, al posto delle riviste da maschi, Mario teneva la Divina Commedia. «M’incantavo a osservare le illustrazioni di Dorè».

Il primo esame

Un’attrazione giovanile che lo spinse a studiare arte, dopo le medie. «I miei scelsero, al posto mio, il Tecnico per Geometri». Ragazzo mite, acconsentì, ma dopo il diploma nessuno riuscì a distoglierlo dall’iscriversi ad Architettura. «Per il primo esame, nel ‘78, proposi un’ipotesi di Parco del Cònero, che ancora non esisteva. E quell’estate, alle Grotte, tra un tuffo e l’altro, la passai a fare rilievi della grotta di Bevilacqua, a farmi raccontare come l’aveva scavata nella falesia, a classificare i suoi attrezzi da pesca».

Una ricerca, che avrebbe approfondito, anni dopo, per una pubblicazione con Marina Turchetti.

Le tre idee 

«Per la tesi di laurea, sperimentale, proposi a Natalini tre idee su Ancona: la sistemazione di Piano San Lazzaro, il parcheggio al posto del Panificio Militare, oggi piazza Pertini, e il progetto di un istituto musicale, da collocare sui ruderi della Caserma Stamira, al colle dei Cappuccini, sopra il Campo degli Ebrei». Il prof scelse quest’ultimo. «Soddisfatto del lavoro, dopo la laurea mi consigliò di presentarlo all’amministrazione comunale, con una sua lettera di accompagnamento per il responsabile dell’Ufficio Urbanistica, Giulio Petti».
Erano quelli, per Ancona, anni di grande fermento. Nel 1986, Gilberto Paoloni, tra i promotori del Comitato per il Cardeto, gli chiese di sviluppare il progetto. La città aveva aderito al bando della Triennale milanese “Le città immaginate - nove progetti per nove città”. Il suo, “Ancona, l’attestamento a mare della Spina dei Corsi” fu selezionato ed esposto a Milano. «La stampa locale sosteneva il comitato, per la valorizzazione del Cardeto, splendido e abbandonato. Il sindaco Del Mastro, “accerchiato” dal comitato, incaricò Anna Giovannini di elaborare un piano particolareggiato». 

I manufatti storici

Mauro, con gli amici Marco Turchi, Roberto Angeloni e Carlo Brunelli, realizzò i rilievi dei manufatti storici. «E il restauro di un piccolo edifico, il Deposito del Tempo. Oggi è in abbandono». Come il cosiddetto Corpo a C, dietro Villarey. «Il mio progetto definitivo, approvato dalla Soprintendenza, ne faceva l’ingresso al parco, con spazi di accoglienza, bar e ristorante, sale per incontri pubblici e le sedi delle associazioni ambientaliste, cui proponevo di affidare la manutenzione dell’area. Un modello di gestione, che avrebbe creato anche posti di lavoro». Nessuno ne parla più, come della sua idea di riconvertire l’istituto Nautico a Museo del Mare. «Con la Casa del Capitano, il migliore accesso al porto antico».

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