Scintilla o cortocircuito, si pensa a un incidente. L’impianto fotovoltaico era stato danneggiato dalla grandine

Giovedì 17 Settembre 2020 di Lorenzo Sconocchini
ANCONA Come è potuto accadere? Domanda che si fanno tutti, già da quando il buio del porto è stato illuminato l’altra notte dai primi bagliori dell’incendio. Ma che non potrà avere risposte affidabili e argomentate almeno fino a quando l’incendio non sarà spento del tutto e si potrà entrare in sicurezza nello stabilimento ex Tubimar di via del Lavoro.

 
Per ora, si possono fare solo ipotesi, rischiando di vederle evaporare al primo sopralluogo tecnico tra le macerie annerite dal rogo. Tanto che per ora la Procura della Repubblica di Ancona non esclude alcuna ipotesi, soprattutto quella accidentale. Il pubblico ministero Irene Bilotta, informata in piena notte come sostituto di turno, aprirà un fascicolo per incendio con ipotesi di reato aperte, a partire da quelle colpose. La sorte ha voluto che si tratti dello stesso magistrato che aveva a lungo indagato (fino al processo che portò all’accertamento di responsabilità solo colpose) sul rogo dell’ex Ancoopesca, l’azienda di prodotti ittici surgelati distrutta l’8 luglio 2003 da un incendio, sempre nell’area Zipa del porto. Al momento - in assenza di rivendicazioni e di trascorsi movimentati per le ditte che utilizzavano il capannone dell’ex Tubimar - si pensa soprattutto a un’origine accidentale. 

I pannelli bersagliati
Una delle prime ipotesi, emersa in mattinata dopo un sopralluogo fatto informalmente dai carabinieri forestali prima che le indagini fossero affidate dal procuratore capo Monica Garulli alla Squadra Mobile della questura, guardava al tetto del capannone, alla distesa di pannelli solari che ricopre l’ex Tubimar per un’estensione di 18.907 mq. Un impianto fotovoltaico bersagliato dalla violenta grandinata che il 30 agosto scorso si è abbattuta su Ancona, danneggiando vetture, vetrate, facciate di palazzi, tapparelle e tetti. Può darsi che nell’impianto fotovoltaico si siano aperti squarci in cui s’è infiltrata acqua piovana? Con i cavi elettrici che passano sotto i pannelli, le infiltrazioni potrebbero aver provocato un corto circuito e pericolose scintille? La ditta We-service, in qualità di manutentore dell’impianto fotovoltaico, ieri definiva un’ipotesi simile «altamente improbabile, se non addirittura impossibile, in considerazione del fatto che l’impianto, di notte, non ha tensioni in copertura, in quanto la corrente continua viene generata solamente nelle ore diurne». We-service precisava poi che la manutenzione eseguita di recente, conclusa sabato scorso, riguardava proprio «i danni determinati da una recente grandinata» e ricordava di essere intervenuta l’altra notte «per isolare l’impianto, evitando la generazione di tensione al sorgere del sole».


Sotto traccia
Non ha riscontri, al momento, neppure l’indiscrezione circolata in ambienti del porto secondo cui l’incendio potrebbe aver covato sotto traccia per diverse ore, già dal primo pomeriggio di martedì, quando qualcuno dice di aver avvertito un odore di bruciato nell’aria, senza però riuscire a capirne l’origine. Magari il fuoco aveva giocato a nascondino tra i rotoli di gomma piuma compressa usata per gli allestimenti delle navi, sia per l’imbottitura delle poltroncine per i passeggeri che per l’isolamento acustico delle pareti. Tutte ipotesi «assolutamente premature», secondo i vigili del fuoco, impegnati ancora a spegnere focolai che divampavano nello stabilimento ex Tubimar e nei container vicini. «È davvero presto per ipotizzare qualsiasi tipo di causa - spiegava ieri Angelo Molinari, funzionario tecnico dei vigili del fuoco -. Solo quando, con l’incendio spento, potremo entrare per un sopralluogo sarà possibile iniziare a ragionare sulle cause. Per altro lo scenario dell’incendio è talmente distruttivo che trovare tracce sarà difficilissimo». Per ora non è definito con certezza nemmeno il punto di partenza dell’incendio, in quale magazzino delle ditte che si dividono il capannone dell’ex Tubimar dato in concessione dall’Autorità portuale. «Sappiamo che è partito dal lato sud - si limitavano a dire ieri i vigili del fuoco -, dal lato più corto della pianta a “elle” del capannone, ma per capire meglio la logistica bisogna studiare la ripartizione degli spazi dati in concessione». Siamo sulla facciata verso sud, quella che guarda verso il fosso Conocchio, oltre il quale svettano le insegne dei cantieri Palumbo. Un dato certo, secondo i vigili del fuoco, è che i numerosi scoppi uditi nella notte siano la conseguenza dell’incendio, non l’innesco. «Erano boati provocati da pneumatici dei camion e bombole di estintori che esplodevano». Ieri la Squadra mobile di Ancona, diretta dal dottor Carlo Pinto, ha fatto un primo sopralluogo nell’area. Sono stati acquisiti i file degli impianti di videosorveglianza, almeno una decina di telecamere, che saranno visionati già da oggi. Poi altri accertamenti amministrativi di routine, come verifiche su concessioni, coperture assicurative, impianti e piani anti-incendio.

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