«Troppo mascolina, non fu uno stupro». Ma le condanne cancellano il pregiudizio: 3 e 5 anni agli imputati

Martedì 20 Ottobre 2020 di Lorenzo Sconocchini

ANCONA - Altro che «scaltra peruviana», altro che troppo mascolina d’aspetto per essere poco credibile nel raccontare di essere stata vittima di una violenza sessuale.

 

Carmen, chiamiamola con un nome inventato, all’epoca poco più che ventenne, venne davvero violentata la notte del 9 marzo 2015 al parco della Pace di via Ragusa da due ragazzi peruviani. Lo hanno stabilito ieri i giudici della Corte d’appello di Perugia, confermando la sentenza di primo grado con cui il Tribunale di Ancona nel luglio 2016 aveva inflitto 5 anni di reclusione a Jonh Henrri Pinto Melendez, ritenendolo autore materiale della violenza sessuale, e tre anni a Jorge Luis Choque Garcia, complice dello stupro nel controllare che non arrivasse nessuno mentre l’amico abusava della ragazza, loro connazionale.


Arresti domiciliari
Nell’aprile 2015 erano finiti agli arresti domiciliari per violenza sessuale di gruppo aggravata dall’uso di sostanze alcoliche e narcotiche e lesioni aggravate, perché la ragazza - stordita secondo l’accusa con un tranquillante versato in un bicchiere di birra - tornò a casa sanguinante per quel rapporto violento e le furono refertati 9 giorni di prognosi. Ma ora i due peruviani sono liberi, visto che i loro legali, gli avvocati Gabriele Galeazzi e Fabio Menghini, potranno fare ricorso in Cassazione una volta note le motivazioni, attese entro 90 giorni. La sentenza di ieri è un ulteriore colpo di spugna - dopo quella vigoroso già dato dalla Cassazione nel marzo di un anno fa - alla sentenza con cui la Corte di appello di Ancona, formata da tre giudici donna, aveva assolto nel novembre 2017 gli imputati di stupro, credendo più a loro, che parlavano di un rapporto consenziente, quasi provocato dalla ragazza con un atteggiamento di sfida, che alla povera Carmen. 


Le fattezze
Spazzate via, dal verdetto di Perugia, le molto discutibili dissertazioni dedicate in quella sentenza d’appello a presunte fattezze mascoline della vittima, come fossero un argomento a discolpa dei due ragazzi alla sbarra, mandati assolti in virtù della regola sul ragionevole dubbio. La Corte d’appello dorica non trovò sconveniente, per soppesare la credibilità delle opposte versioni, definire la personalità della ragazza «tutt’altro che femminile, quanto piuttosto mascolina, che la fotografia presente nel fascicolo processuale appare confermare». Fattezze così poco gradite all’imputato (che in una chat l’aveva soprannominata Vikingo) da minare in qualche modo la credibilità dello scenario di un’aggressione sessuale. Un modo di argomentare che aveva suscitato l’indignazione di molti, non solo delle associazioni che l’11 marzo ‘19 tennero un flash mob davanti alla Corte d’appello dorica, e spinto il ministero della Giustizia a ordinare un’ispezione, dopo che la Cassazione aveva stroncato la sentenza annullandola con rinvio a Perugia. Secondo la Suprema corte l’aspetto fisico è un «elemento non decisivo» per prendere in esame la credibilità della persona offesa e la sentenza andava censurata anche perché basata su una «incondizionata accettazione» della versione proposta dalle difese.


Nuovo processo
Per questo le assoluzioni erano state annullate e il processo rimesso alle valutazioni della Corte di appello di Perugia, che ieri ha confermato le condanne in primo grado. «La Cassazione aveva dato indicazioni precise ritenendo che la Corte di appello di Ancona fosse arrivata a conclusioni completamente diverse rispetto al tribunale senza minimamente scalfire le prove raccolte in primo grado, con testimonianze e referti medici», spiega l’avvocato Cinzia Molinaro, legale che per conto della ragazza aveva impugnato in Cassazione la sentenza d’assoluzione insieme al Procuratore generale Sergio Sottani. «Si è fatta giustizia - spiega ancora l’avvocato di parte civile - anche dei pregiudizi che sembravano emergere da alcuni passaggi della sentenza di assoluzione».

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