Le difese provano a smontare l’accusa di associazione: «Complici della strage per caso. Dentro la Lanterna Azzurra bande rivali»

Venerdì 17 Luglio 2020 di Federica Serfilippi
Le difese provano a smontare l’accusa di associazione: «Complici della strage per caso. Dentro la Lanterna bande rivali»

ANCONA - «Tra tutti gli imputati non c’era un rapporto di amicizia, anzi in alcuni casi di rivalità». La notte della strage di Corinaldo «non si erano preventivamente accordati. Si sono trovati in discoteca per puro caso». I furti e le rapine commesse nei locali di mezza Italia? «Ogni azione criminosa era basata sull’improvvisazione e non sulla premeditazione». Sono gli stralci della linea difensiva emersi ieri nel processo che vede imputati i sei ragazzi della Bassa Modenese ritenuti responsabili di aver creato, con l’utilizzo dello spray al peperoncino, lo scompiglio infernale che la notte del 7 e l’8 dicembre 2018 fece 6 vittime e circa 200 feriti alla Lanterna Azzurra. 

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L’udienza, tenutasi due settimane dopo le richieste della procura (complessivamente poco più di un secolo di carcere), è stata interamente dedicata ai difensori di Ugo Di Puorto, Andrea Cavallari, Moez Akari, Raffaele Mormone, Souhaib Haddada e Badr Amouiyah, accusati di associazione a delinquere, omicidio preterintenzionale, lesioni personali e singoli episodi di furti e rapine. A iniziare l’iter delle arringhe è stato l’avvocato Francesco Muzzioli (Cavallari). Ha tracciato i punti cardine della difesa, basati principalmente su un fatto: è impossibile dimostrare l’associazione a delinquere. Alcuni imputati «erano in concorrenza tra loro, altro che amici» quando era il momento di sfilare le collane dal collo dei ragazzini presenti nei locali. 

Un dettaglio che emerge dalle intercettazioni ambientali dove, per esempio, Cavallari e Akari si riferiscono a parte dei co-imputati con l’appellativo «bambocci». «Sono bambocci di pochi mesi che non hanno fatto le serate che abbiamo fatto noi». Il concetto era: «meno si era (per rubare, ndr) e meglio era». Non c’erano «azioni collettive, ma iniziative portate avanti da ogni singolo imputato». Stando alle difese, non sarebbero stati ricostruiti dalla procura i ruoli precisi all’interno del gruppo, fondamentale per provare l’associazione. Corinaldo: quella sera, tutti gli imputati «sono arrivati con macchine diverse, la scelta del locale per alcuni è arrivata all’ultimo momento». Qualcuno «non sapeva neanche come venire» alla Lanterna Azzurra. Nessuno si era preventivamente accordato» per andare nello stesso locale.

Come ha detto l’avvocato Gianluca Scalera (Cavallari, Haddada e Akari) «si sono ritrovati in discoteca per puro caso» come avvenuto anche all’Alcatraz di Milano e al Mia di Porto Recanati. «Le vittime – ha precisato Scalera – sono morte per la mancanza delle misure di sicurezza e l’inadeguatezza del locale. C’era anche un impianto di areazione farlocco e le balaustra esterna non era idonea a sopportare le sollecitazioni create dal deflusso delle persone». E lo spray al peperoncino? Non ci sarebbero evidenze tali da incriminare gli imputati e contestargli l’omicidio preterintenzionale. Le difese termineranno il 23 luglio. Il 30 la sentenza. 

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