«Un pacco di pasta può costare il 30% di più». La guerra fa schizzare il prezzo del grano, gli operatori: «A rischio l'approvvigionamento»

Sabato 12 Marzo 2022 di Andrea Maccarone
L'aumento del prezzo del grano è uno degli effetti della guerra tra Russia e Ucraina

ANCONA - Bollette alle stelle e rincari su tutte le materie prime. Le industrie locali della produzione di pasta resistono all’impatto evitando di gravare sul consumatore. Ma a lungo termine si prevede un aumento del 30% del prodotto finale. Intanto si gioca una partita durissima sul campo del risparmio energetico e dell’efficientamento delle strutture. L’aumento esponenziale del prezzo dell’energia è a tutti gli effetti uno tsunami che va ad abbattersi sul sistema produttivo.

 

Gli imprenditori di pasta fresca e secca (aziende particolarmente energivore) osservano l’impennata dei costi sulle bollette con la fronte perlata di sudore. Il dottor Gaetano Castiglione, Ad dell’azienda Italiana Pastifici che produce la pasta Pietro Massi, tiene d’occhio la curva in ascesa con un archivio molto dettagliato: «Dal nostro ultimo rilevamento dell’8 marzo la semola di grano duro è aumentata del 38% rispetto al 22 dicembre 2021 - riferisce l’imprenditore - mentre l’uovo e l’albume hanno subito rincari rispettivamente del 27% e 39%». 


L’altra nota dolente riguarda il packaging: «il cartone ha segnato un +51% e i bancali in legno pressato per il trasporto toccano un +37%». Il confronto di consumo energetico su base annuale del periodo 12 gennaio-15 febbraio riscontra addirittura un +112% per l’elettricità. Dati che mettono in forte apprensione l’intero settore che, al momento, non vuole rivalersi sul consumatore finale. «Ma con tutta probabilità si finirà per aumentare del 20-30% il costo di un pacco di pasta» sospira Castiglione. 


E’ chiaro che se gli imprenditori, con enormi sforzi, scelgono di mantenere per ora invariato il prezzo finale del prodotto, grossi spazi di manovra per attutire il colpo dei rincari non ci sono. «La strategia che stiamo mettendo in campo è sostanzialmente una strategia subita - afferma Marcello Pennazzi, titolare del pastificio Luciana Mosconi - nel senso che non possiamo fare altro che resistere». In che modo? «Cercando di razionalizzare i costi - spiega Pennazzi - ed efficientando l’azienda per quanto possibile». Tanto per rendere l’idea: il pastificio Luciana Mosconi conta due stabilimenti, uno ad Ancona dove si produce pasta all’uovo fresca e uno a Matelica per la pasta secca. «Nello stabilimento di Ancona incidono le 6 celle frigo per il mantenimento della pasta - continua Pennazzi - mentre in quello di Matelica sono i 60 essiccatori a portare in alto le spese. Ma in ogni caso non possiamo rinunciare all’utilizzo di questi macchinari».

L’altro aspetto che ha fatto tremare i polsi ai produttori è quello degli approvvigionamenti di grano. Per fortuna la gran parte delle aziende locali si rifornisce da molini italiani, quindi non c’è un reale pericolo di rimanere senza scorte. «Anche se la guerra in Ucraina va comunque ad alterare tutto quello che ruota attorno al comparto» sottolinea Carlo Latini, titolare dell’omonimo pastificio di famiglia. «Non è tanto l’aumento del costo del grano il problema - spiega l’imprenditore - ma tutto il resto: carburante, derivati del petrolio, carta». La deadline per i produttori di pasta è fissata tra 90 giorni: periodo del nuovo raccolto. «C’è da sperare che sia buono e molto abbondante - afferma Latini - e soprattutto che gli agricoltori siano motivati a curare tutta la produzione fino al raccolto. Altrimenti ci sta che si dovrà ricaricare di circa 20 centesimi su ogni pacco di pasta».

 

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