La strage in discoteca «Un secolo di carcere alla banda dello spray». I pm: «Scippavano ragazzini per fare la bella vita, raccolte prove schiaccianti»

Venerdì 26 Giugno 2020 di Federica Serfilippi
La strage in discoteca «Un secolo di carcere alla banda dello spray». ​I pm: «Scippavano ragazzini per fare la bella vita, raccolte prove schiaccianti»

ANCONA -  Poco più di un secolo di carcere. È quanto rischiano complessivamente i sei ragazzi della Bassa Modenese accusati di aver scatenato, sparando spray al peperoncino in un salone strapieno, lo scompiglio infernale che la notte del 7 e l’8 dicembre 2018 fece 6 vittime e circa 200 feriti alla discoteca Lanterna Azzurra di Corinaldo. Le richieste dei pm Paolo Gubinelli e Valentina Bavai sono arrivate ieri pomeriggio al termine di una requisitoria durata più di sei ore, in cui i magistrati hanno ripercorso lo stile di vita della gang (i furti in discoteca «non sono incidenti di percorso o condotte casuali»), la sua organizzazione («una realtà consolidata») e gli attimi di quella notte infernale quando a Corinaldo doveva arrivare Sfera Ebbasta, trapper «capace di attrarre tantissime persone» e dunque permettere agli scippatori di fare bottino pieno.

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Per la precisione, le pene richieste considerando il rito abbreviato scelto dalle difese (che concede lo sconto di un terzo della pena) ammontano in totale a 102 anni e 9 mesi. A rischiare di più sono Ugo Di Puorto (per l’accusa è sua l’impronta trovata sulla bomboletta rinvenuta sul pavimento della Lanterna) e Raffaele Mormone: per entrambi sono stati chiesti 18 anni di reclusione. A seguire: 17 anni e 3 mesi per Andrea Cavallari, 16 anni e 10 mesi per Moez Akari, 16 anni e 7 mesi per Souhaib Haddada e 16 anni e 1 mese per Badr Amouiyah. Le accuse sono associazione a delinquere, omicidio preterintenzionale, lesioni personali e singoli episodi di rapine e furti commessi – secondo gli investigatori – in discoteche di mezza Italia. Il 16 luglio parleranno gli avvocati di parte civile e i difensori degli imputati, in carcere dall’agosto 2019 dopo le indagini dei carabinieri del Nucleo Investigativo. La sentenza è attesa per il 30 luglio. In ballo c’è poi un altro filone d’indagine legato agli aspetti della sicurezza e dei permessi rilasciati al locale. 

La scorsa udienza, gli imputati avevano ammesso di essere arrivati alla Lanterna per rubare collane ai giovani avventori, per lo più ragazzini. Avevano però negato di essere un’unica banda, parlando anzi di rivalità e conoscenze superficiali tra i componenti dei tre gruppi che il 7 dicembre avevano raggiunto Corinaldo. Tutt’altra la tesi della procura, ripercorsa ieri anche grazie alla lettura delle intercettazioni ambientali che per mesi hanno spiato i sei imputati. «Dalle conversazioni – ha detto il pm Gubinelli – si evince che le attività poste in essere non sono incidenti di percorso o condotte casuali». Vengono portate avanti «perché consentono di fare soldi, procurare soddisfazione» e non fare nulla «tutto il giorno».

«La concezione di queste persone è che rubare in quel modo è una cosa bella, facile e senza rischio. Trovare chi usa lo spray in una discoteca è come cercare un ago in un pagliaio. Noi siamo riusciti a trovare gli aghi con una somma di prove univoche e schiaccianti». Il pm ha parlato di «una realtà consolidata e professionalizzata di persone che agiscono come macchine da guerra nei locali di tutta Italia e anche fuori». La professionalità del gruppo starebbe anche nel modus operandi, caratterizzato dallo spruzzare la sostanza urticante nel momento clou l’arrivo dell’artista sul palco. E poi, la divisione del territorio, l’esistenza di gang rivali, il ricorrere a un unico ricettatore per i gioielli, «tutti meccanismi tipici dei branchi che, in termini giuridici, diventano associazioni a delinquere». La banda era pronta ad utilizzare anche il taser acquistato da Cavallari. Il bastone elettrico, ha ricordato il pm Bavai, era stato intercettato dai carabinieri nel corso di un controllo: «Per fortuna è stata evitata una Corinaldo due».

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