Il commercio è disperato: «Non ci fate (ri)chiudere, è una condanna a morte»

Il commercio è disperato: «Non ci fate (ri)chiudere, è una condanna a morte»
Il commercio è disperato: «Non ci fate (ri)chiudere, è una condanna a morte»
di Andrea Maccarone
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Domenica 11 Ottobre 2020, 06:20

ANCONA  - L’epidemia torna a preoccupare. Commercianti e attività produttive non hanno ancora fatto in tempo a rialzarsi dagli effetti devastanti del lockdown di marzo e aprile, che già temono di dover abbassare la serranda una seconda volta. Il governo scongiura l’attuazione della misura estrema, ma gli esercenti tremano a ogni aggiornamento sui dati del contagio. 

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Un altro lockdown sarebbe la “spoon river” delle attività produttive. «Non so se riuscirei a riaprire - afferma Sonia Brunella, titolare della parrucchieria Amoa - in primavera abbiamo potuto contare sulla cassaintegrazione per i dipendenti. E in tutti i modi ho cercato di non ridurre il personale. Ma se dovessimo fermarci per altri due mesi sarebbe la catastrofe». Le attività di vicinato hanno registrato un calo tra il 30 e il 40% del fatturato. E con sforzi immani sono riuscite quasi tutte a riemergere, seppure con grosse difficoltà. «Purtroppo abbiamo dovuto allontanare tre dipendenti - spiega Marco Cupido, uno dei titolari del ristorante La Degosteria - è ancora presto per fare un bilancio complessivo, ma siamo molto al di sotto del normale volume d’affari». «Un’eventuale nuova chiusura significherebbe la morte per tante attività - dice Giorgio Pavani, titolare del negozio di abbigliamento Lay-line - sopravviveranno solo quelle realtà condotte direttamente dal titolare. Ma chi ha molti dipendenti non ho idea di come farebbe a sopportare un secondo lockdown».

Un po’ la voglia quasi compulsiva di riappropriarsi di certe libertà. Un po’ la maggiore tranquillità dovuta a una circolazione molto ridotta del virus. Fatto sta che tra la primavera e l’estate la vita aveva ripreso ritmi e abitudini quasi normali, sebbene condizionata dai paletti imposti dalle norme anticontagio. «Viaggiamo al 40% in meno della nostra capienza normale - prosegue Marco Cupido - ma nonostante tutto siamo tornati a lavorare. La clientela ha risposto bene». «Usciti dal lockdown la gente aveva voglia di tornare a socializzare e fare acquisti - racconta Giorgio Pavani - quindi c’è stata una piccola ripresa. Ma sono mancati quei mesi fondamentali in cui solitamente si fa il cambio della giubbotteria e delle giacche. In estate si vendono costumi, t-shirts e polo. Capi d’abbigliamento che non possono garantire grossi introiti». Per non parlare della cancellazione delle cerimonie. «Per noi ha rappresentato un ammanco davvero importante - dice Sonia Brunella - l’annullamento dei matrimoni e di tutto il compartimento delle cerimonie ha falciato completamente l’incasso delle acconciature. Introiti polverizzati e non recuperabili nell’immediato». 

Cambiano metodi e abitudini anche degli imprenditori. Forniture a breve termine e livello di guardia altissimo. «Il danno apportato dal lockdown ha riguardato anche il deterioramento delle provvigioni - spiega Marco Cupido - quindi occorre fare attenzione anche a questo aspetto. Cerchiamo di tenere alta l’attenzione su ogni fronte». «Dobbiamo interiorizzare la trasformazione di una routine che non è più quella di un tempo - aggiunge Giorgio Pavani - se tutti, adulti e giovani, rispettiamo alla lettera le misure di sicurezza, potremmo evitare che si materializzi lo spettro del lockdown».

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