Claudio, l'untore dell'Hiv con 228 partner
L'ex compagna stroncata un anno fa dall'Aids

Claudio, l'untore dell'Hiv con 228 partner
L'ex compagna stroncata un anno fa dall'Aids
di Lorenzo Sconocchini
ANCONA - Un predatore seriale di love story affamato di sesso e affetto da Hiv scatena in mezza Italia la tempesta perfetta del rischio contagio, tanto che la polizia ha diffuso un annuncio con tanto di foto per spezzare quanto prima la catena di trasmissione del virus. «Chi ha avuto rapporti sessuali con lui, chiami a questo numero», è l’appello della Questura di Ancona. Quando martedì pomeriggio i poliziotti della Mobile e dello Sco l’hanno arrestato, con l’accusa di aver infettato a tradimento la sua ultima fidanzata, Claudio Pinti, 36 anni di Agugliano, ex autotrasportatore e ora intermediario finanziario, s’è letto per un’ora l’ordinanza di custodia cautelare di 11 pagine che lo spediva al carcere di Montacuto.


E alla fine ha confidato agli investigatori la dimensione preoccupante del suo raggio d’azione da untore: «Ho avuto 228 relazioni».


Donne ma anche uomini, abbordati sui social e sui siti d’appuntamenti oppure incontrati nei suoi tanti viaggi di lavoro, anche in altre regioni Italiane, prima di troncare il rapporto con un’impresa di autotrasporti. Pinti, raggiunto nella casa dei genitori a Montecarotto, dove viveva da un anno, dopo la morte della precedente compagna stroncata dall’Aids, ha svelato anche il suo lato nascosto più inquietante, quello del “negazionista”: «Se credete davvero che l’Aids esiste procedete pure alla perquisizione e portatemi in carcere», ha detto ai poliziotti arrivati da Ancona e da Roma per arrestarlo al termine di un’indagine lampo avviata a fine maggio dopo la denuncia della fidanzata, una donna sui quarant’anni che abita in provincia di Ancona, e coordinata dalla reggente della Procura dorica, Irene Bilotta. 

Perché quel giovane con l’aspetto da play boy, barbetta e occhi azzurri, eloquio da affabulatore, capace di macinare conquiste sul web da convertite in rapporti sessuali rigorosamente non protetti, convive da dieci anni con una malattia che, pur essendo certificata dal test sulla sieropositività già dal 2008, nega di avere e per questo non ha mai curato. «L’Aids non esiste, è un’invenzione delle case farmaceutiche», aveva cercato di tranquillizzare la sua ultima fidanzata, quando lei, ricoverata con febbre e tosse, aveva scoperto che il ragazzo era sieropositivo dalla telefonata choc di una parente di lui. L’unica a rompere, anche se tardivamente, il muro di omertà sulla patologia virale di Pinti, un virus contratto forse con un rapporto sessuale non protetto: molti sapevano, tra familiari e amici, nessuno ha messo in guardia la fidanzata. E il suo aspetto non era certo quello di un malato. «Forse negare è un suo modo di esorcizzare la paura della malattia - confida un investigatore che durante l’arresto ha raccolto il lungo sfogo dell’arrestato -, dice che per lui l’Aids è un anticorpo, non la malattia. Ma magari è solo un alibi, una strategia difensiva per limitare i danni al processo».

Ma non saranno certo queste sue idee strampalate sull’argomento Hiv ad attenuare la gravità delle accuse, per ora di lesioni volontarie gravissime, che potrebbero appesantirsi se la Procura, come sembra scontato, deciderà di aprire un fascicolo anche sulla morte dell’ex compagna di Pinti. La giovane donna, che gli aveva dato una figlia nel 2010, è scomparsa nel giugno 2017 per una patologia legata all’Aids che la giovane avrebbe contratto proprio nei rapporti non protetti con il compagno, da cui sembra non si sia curata adeguatamente, forse lasciandosi convincere dalle sue tesi negazioniste.

Se fosse confermato che davvero la donna, stessa età di Pinti, è morta per il virus tenuto nascosto dal compagno, per lui scatterebbe anche l’accusa di omicidio volontario aggravato, roba da ergastolo. E per fortuna la loro bambina, sottoposta a test sull’Hiv, non ha contratto il virus. Nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere firmata dal gip Carlo Cimini si contesta il reato di lesioni personali dolose gravissime, aggravate dall’aver causato alla sua vittima, l’ultima fidanzata, una malattia incurabile. 

Ma potrebbe essere solo l’inizio, perché la polizia di Stato sta cercando altre vittime del contagio, ignare di aver avuto rapporti con un malato di Hiv, anche per informarle e metterle in guardia del rischio che potrebbero correre i loro partner. «Quando ho avuto l’ultimo rapporto? Ieri», ha raccontato Pinti ai poliziotti. Per ricostruire la fitta rete di relazioni che il giovane aveva intrecciato su tutti i social network, da Facebook a Instagram, su messaggerie come Whatsapp e sui siti specializzati in incontri, come bakeca.it e Badoo, la Procura ha affidato una consulenza informatica all’analista forense Luca Russo.

E intanto dai due computer, i due telefonini e il tablet sequestrati all’indagato, i poliziotti hanno già estratto informazioni utili per rintracciare un primo gruppo di persone con cui l’untore ha avuto contatti (e forse relazioni sessuali). «C’era l’urgenza di fare in fretta per impedire che avesse altri rapporti», hanno spiegato ieri in questura la procuratrice Irene Bilotta e il dirigente della Mobile Carlo Pinto, affiancati dal questore Oreste Capocasa, dalla dottoressa Francesca Capaldo dello Sco di Roma, e dal dirigente dello Sco di Ancona Michele Morra. Pinti è difeso d’ufficio dall’avvocato Daniele Cinti, che lo incontrerà oggi a Montacuto in vista dell’interrogatorio di garanzia, ancora da fissare.

L’inchiesta era partita dalla denuncia presentata alla fine di maggio dall’ultima fidanzata di Claudio Pinti, che aveva conosciuto l’ex autotrasportatore nel gennaio scorso. A gennaio avevano iniziato a frequentarsi e ne era nata - almeno per lei - una storia seria, con tanto di presentazione ai genitori, non di quelle fugaci liaison mordi-e-fuggi che il trasportatore cercava sul web, preferendo donne sposate perché ritenute da Pinti prede più facili da portare a letto. «E cercava sempre rapporti non protetti, forse per dimostrare a se stesso e ai partner che non era malato», hanno spiegato gli investigatori. Ad aprile la fidanzata di Pinti s’era ammalata, non riusciva a far guarire febbre e tosse. Sembrava un’influenza fuori stagione, ma non guariva. Poi, il 4 maggio, mentre era convalescente, una parente acquisita del fidanzato l’aveva chiamata, pensando che sapesse di Claudio e della sua sieropositività. Così la giovane si è sottoposta al test dell’Hiv scoprendo di essere stata contagiata. E subito ha presentato querela. «Non voglio che altre donne facciano la mia stessa fine», ha detto in lacrime alle poliziotte specializzate nel raccogliere le denunce di donne abusate o vittime di altri reati. Quante ce ne sono come lei? Il numero fatto da Pinti, 228, potrebbe non essere una sparata. «Purtroppo - è il timore degli investigatori - potrebbe davvero aver avuto molti rapporti, sia per il suo lavoro da autotrasportatore, sia per il modo compulsivo con cui cercava contatti su internet».
 
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Gioved├Č 14 Giugno 2018, 04:05 - Ultimo aggiornamento: 14-06-2018 14:54

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