Nove anni a vuoto, il Bar del Duomo è senza futuro dopo il passo indietro di Ambrosio: «Mi spiace per gli anconetani»

Domenica 24 Ottobre 2021
L'area del cantiere del Bar del Duomo, fermo da anni

ANCONA - Nove anni dopo, è tutto come prima. Il cantiere è immobile, gli scavi con vista cattedrale e mare sono stati lasciati a metà. Un’incompiuta clamorosa. Una saga infinita che si è arricchita negli ultimi giorni di un nuovo capitolo, un colpo di scena in negativo: Antonio Ambrosio, gestore del Bar del Duomo, il locale che non c’è, ha deciso di gettare la spugna. «Solo un pazzo firmerebbe quella convenzione» riflette.

 

«Meglio pensare al mio ristorante, tra un po’ è Natale. Se tutto va bene, ne riparliamo l’estate prossima», sospira il titolare del Giardino. Dai toni, assomiglia più a un addio che a un arrivederci. L’imprenditore, tra i più conosciuti e apprezzati in città nel settore del food, è stanco. L’attesa è stata snervante e quella che definisce una «clausola capestro» imposta dal Comune, adesso l’ha spinto a mettere un punto sul progetto di recupero del vecchio Bar del Duomo, costruito 62 anni fa alle pendici del Guasco, inizialmente come chiosco al servizio dei visitatori della cattedrale di San Ciriaco e piombato in una strada senza sbocco dal giugno 2013, quando ha chiuso i battenti dopo che la Provincia, su parere negativo della Soprintendenza, ha negato il condono per una veranda esterna risultata difforme rispetto alle previsioni urbanistiche. 


Ambrosio confessa di non volerne sapere più niente. «Sul contratto prestampato c’è una clausola che prevede una cosa assurda - dice -. Il Comune può mandarmi via in qualunque momento qualora avesse bisogno di quell’area. Non esiste, per rimettere in piedi il locale dovrei spendere un sacco di soldi: e se mi cacciano via, chi mi risarcisce? No, non possono farmi questo. Tre settimane fa avevano detto che avrebbero rivisto quella clausola. Non mi hanno fatto sapere niente e allora stop, mi arrendo. Ho da pensare al mio ristorante, al Natale che arriva, ai clienti che devo servire senza nemmeno poterli guardare in faccia, con la mascherina addosso e gli occhi sul Green pass. Sì, è un peccato: mi dispiace per gli anconetani, nel luglio prossimo avrei voluto inaugurare un bel ristorante con una cinquantina di posti al chiuso e tavoli all’esterno per l’estate. Una chicca per la città. Purtroppo devo fermarmi qua».

Un annuncio che lascia basiti tutti, un duro colpo anche per l’architetto e designer Vittoria Ribighini che su Facebook, riprendendo l’articolo pubblicato dal Corriere Adriatico, commenta con rammarico: «Uno dei luoghi più caratteristici di Ancona, che un imprenditore capace e attento alla bellezza vorrebbe restituire alla città e a chi in questa città viene, ancora trova ostacoli e difficoltà a dare forma al suo progetto. Ma Ancona deve essere solo invasa dallo smog dei tir e dai traghetti? Il suo mare deve essere solo cementificato per far posto al mostro delle crociere? Bisogna proprio eternamente vivere nel caos e nella sciatteria dei cantieri senza fine? O potrebbe meritare una diversa attenzione e una visione di futuro più accogliente, più curata e più vivibile?». 


Nove anni buttati via. È il gennaio 2013 quando Ambrosio decide di subentrare nella gestione del Bar Duomo con la sua società. Cinque mesi dopo, il primo stop imposto dalla Provincia, seguito da una serie di ricorsi al Tar. Nel 2015 l’ordinanza diventa esecutiva e la veranda abusiva viene demolita. L’anno dopo viene rilasciato il permesso a costruire. Tempo due mesi e il progetto inchioda per la scoperta dei resti dell’antica chiesa di Santa Maria del Carmine. Nel 2018 Ambrosio presenta un nuovo progetto per costruire il locale valorizzando l’area archeologica, dopo una variante al Ppe approvata dal Comune. Passano tre anni prima che la Giunta, nel luglio scorso, dia il via libera alla concessione per 25 anni con un canone di 12mila euro l’anno e manutenzioni varie a carico del gestore. «Sono felicissimo», esultava Ambrosio. Tre mesi dopo, siamo punto e a capo. E se il Comune non rimuoverà la clausola contestata, questo tormentato romanzo si concluderà qua. Senza lieto fine. 

 

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