Il giudice: la ragazza sapeva della pistola
e non ha fermato l'esecuzione dei genitori

Il Pm: "Una esecuzione"
Il Pm: "Una esecuzione"
ANCONA - La ragazzina è complice dell'omicidio dei genitori. Sapeva che Antonio aveva la pistola e non poteva pensare che fosse finta perché conosce troppo bene lui, la tumultuosa love story e i rapporti burrascosi con la sua famiglia. E' salita nell'appartamento con il fidanzato, era con lui quando ha giustiziato sua madre e suo padre e non ha fatto nulla almeno per tentare di fermarlo. Poi è scappata con Antonio. Sono i punti chiave che inchiodano la sedicenne - difesa dagli avvocati Paolo Sfrappini e Augusto La Morgia - all'accusa di concorso morale nell'assassinio dei suoi genitori, e sono le solida fondamenta della gravità di indizi che le ha aperto le porte del carcere. E' partita martedì sera alle 11 Martina alla volta dell'istituto penale minorile di Napoli.



Dopo sei ore di camera di consiglio servite a motivare la decisione riempiendo dieci pagine di ordinanza, il Gip del Tribunale dei minorenni Paola Mureddu ha emesso la prima “sentenza” del procedimento scaturito da un delitto atroce. Va in cella la ragazzina, perché per il giudice non è credibile quando dice che non sapeva dell’arma e che è rimasta glaciale come la spettatrice di una scena thriller davanti al massacro perché impietrita dal dolore. Il Gip ha ritenuto necessaria la misura cautelare più dura per la pericolosità sociale della sedicenne, perché il ruolo di complice che le ritaglia la ricostruzione della spedizione punitiva di Antonio - seppure in un fase ancora iniziale delle indagini, è bene rimarcarlo - fa pensare che sia alto il rischio della reiterazione del reato. Anche la giovane ragazza è responsabile di fronte ai genitori giustiziati.



Non usa mezzi termini il procuratore capo del minori Giovanna Lebboroni. "E' stata un'esecuzione". E pur premettendo che "le indagini sono all'inizio" e che "tante cose si stanno mettendo a fuoco", non si può non tenere conto "di dati certi" che ad oggi compongono un quadro di "gravità indiziaria" alla base della richiesta della misura cautelare avanzata dalla procura nel corso dell'udienza di convalida dell'arresto e accolta dal Gip. Antonio Tagliata e la fidanzatina sedicenne hanno dunque agito insieme: entrambi i ragazzi avrebbero di fatto concorso ad uccidere la madre di lei e a ridurre in fin di vita il padre, con otto colpi di pistola. Giovanna Lebboroni ripercorre le drammatiche fasi di sabato 7 novembre - dall'arrivo dei fidanzati sotto casa alla fuga insieme -, culminate nei tre colpi che hanno ucciso Roberta Pierini e gli altri quattro per cui Fabio Giacconi versa in coma irreversibile. Una tesi opposta a quella difensiva di un burrascoso tentativo di chiarimento finito in tragedia tra i fidanzati, osteggiati nel loro amore, e le vittime.









In una “lunga e motivata ordinanza”, ha riferito il procuratore, il Gip “ha accolto la istanze della procura” compresa l'applicazione della custodia in carcere per la minore per concorso in omicidio volontario, tentato omicidio e porto abusivo d'arma. L'esigenza cautelare a cui fa riferimento il giudice Paola Mureddu è, ha detto Lebboroni, la “pericolosità sociale” legata ad un “elevato rischio di reiterazione di reati della stessa specie per cui si procede”. In sostanza, spiega il giudice, la sua indole ribelle potrebbe spingerla a rifarlo se le si impedisse di fare quello che vuole. Oggi la sedicenne, per cui è stato nominato un tutore esterno, è stata trasferita in un istituto di pena minorile fuori regione, a Napoli, ritenuto idoneo ad ospitarla dal ministero della Giustizia. “Le richieste formulate - ha precisato Lebboroni - potrebbero poi cambiare, anche per quanto riguarda la gravità della misura. È tutto allo stato iniziale così come le indagini”. Ci sono però elementi di fatto, per la procura e il Gip, che suffragano il contributo di entrambi i giovani all'omicidio, anche se con un diverso profilo di dolo.



I fidanzati arrivano sotto la palazzina di via Crivelli, lui le mostra la pistola calibro 9X21 e i caricatori che ha portato con sé (lei afferma di aver pensato che fosse un'arma giocattolo ma non viene ritenuta credibile dal giudice); salgono insieme in casa e, dopo un breve intervallo di tempo e senza che siano stati trovati segni di colluttazione, Tagliata esplode i colpi in serie senza che la fidanzata agisca in alcun modo per “dissociarsi” dall'”esecuzione capitale dei genitori”. Infine, la ragazza scappa con il fidanzato, senza soccorrere madre e padre. Ma sul diciottenne, specifica il procuratore, pesa la confessione “preventiva”, il biglietto che è stato trovato in casa nel quale annuncia la missione di morte, da cui si evince che quantomeno per lui si tratterebbe di un “dolo non d'impeto”.



Oltre al breve intervallo tra l'arrivo in casa e gli spari, c'è anche la sequenza dei colpi a rafforzare la tesi dell'accusa: prima Tagliata si sarebbe “concentrato” sulla donna e poi sul marito, senza sparare a caso, e senza che la ragazza si opponesse. Se davvero fosse questa la successione, subirebbe uno scossone la versione difensiva di Antonio che ha detto di aver scatenato l’inferno per l’atteggiamento aggressivo del papà di lei. Invece, è la prima verità scritta dai magistrati, Roberta e Fabio sono stati giustiziati.
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Sabato 21 Novembre 2015, 11:13 - Ultimo aggiornamento: 15-11-2015 05:46

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