Fabiana Scavolini, la psicologa che guida l'azienda di famiglia

Prima si è poi si ha. È questa la stealth philosophy di Fabiana Scavolini, donna di ingegno, volitiva e determinata tanto da dichiarare 47 anni prima ancora di averli compiuti. Circondata da uomini, il marito, due figli e due fratelli, ha reso ergonomica la sua femminilità nutrita dall’affetto per la grande famiglia e dagli impegni di amministratore delegato della storica azienda di cui porta il cognome: il Gruppo Scavolini. La sua weltanschauung segreta incarna i principi ereditati e costantemente rilanciati di persona. Prima si è capaci, inflessibili, impegnati, innovativi, poi si ha l’opportunità di esprimersi. 

Se vuoi ascoltare una leggera vibrazione della sua voce invitala a parlare del patron più amato dagli italiani: «Guardo mio padre con umiltà, stima e ammirazione. Ha fondato l’Azienda nel ’61 con il fratello Elvino, ed è un punto di riferimento fondamentale nel lavoro ma soprattutto in famiglia. È una guida, sempre presente. Lui e lo zio Elvino hanno trasmesso a tutti noi il modello di fare impresa al quale ci ispiriamo ogni giorno. Un modello basato sui valori della reciprocità e della condivisione, all’interno dell’azienda, con i nostri dipendenti e all’esterno verso tutti i nostri partner». 

Fabiana è entrata in azienda nel 1995 nell’ufficio commerciale e marketing, qualche mese prima di laurearsi in Economia e Commercio all’Università di Bologna. Si è concessa il tempo di crescere in modo graduale, ricoprendo varie posizioni, fino al ruolo attuale di ad che svolge a fianco di suo padre. Non insinuate l’esito di un destino già scritto: «Questo lavoro è la mia passione, non una sorte inevitabile. Passione radicata nel mio Dna. Da quando sono nata respiro design, impegno e tanta dedizione, in un ambiente dove lavorare con motivazione e massimo impegno ha rappresentato la linea guida per costruire una realtà importante. Valori che oggi dobbiamo consolidare oltre che rispettare».

Si può insistere e chiederle se nella sua vita non abbia mai sognato fare altro: «Da piccola sognavo di fare la psicologa o la mamma a tempo pieno. Oggi quei sogni mi regalano la consapevolezza che il mio interesse verso gli altri mi aiuta a mettere sempre la persona al centro nel lavoro, in famiglia o nelle relazioni, perché questa attenzione è un fattore decisivo». 
La sua capacity building si regge sul senso di responsabilità, sulle doti empatiche, l’umanità e la sua consolidata simpatia: al centro la famiglia. «La famiglia è un immenso tesoro. Ho la fortuna di appartenere a una grande tribù nata dai matrimoni di due sorelle, la mamma e la zia Carla, con due fratelli, mio padre e lo zio Elvino. Eravamo otto figli e i primi anni della nostra infanzia li abbiamo sempre vissuti insieme condividendo tutto, difficoltà, progetti e tanta allegria. Siamo stati abituati a sostenerci l’un l’altro, basandoci sulla vicinanza e sul rispetto reciproco. Questa unione vive tuttora anche all’interno dell’azienda». 

Simpatia per le donne? Oppure le donne peggio degli uomini? «Io credo nelle donne e le sostengo. Sono convinta che abbiamo un ruolo fondamentale nello sviluppo della società e soprattutto nella solidità della famiglia. Il mondo del lavoro ci pone in una posizione complessa, conosco tante donne meravigliose e forti. La cosa difficile è il bilanciamento con la famiglia. È un aspetto molto impegnativo, dobbiamo riuscire a stare bene in famiglia e sul lavoro. Non è semplice». Cosa è disposta a sacrificare? «Il concetto di sacrificio non mi trasmette belle sensazioni. Sacrifico parte del mio tempo libero, mi piacerebbe sacrificarne meno».

Fabiana Scavolini è persino immune alla provocazione: che cosa è per lei il privilegio? E cita Confucio: «Scegli il lavoro che ami e non lavorerai mai, neanche un giorno in tutta la tua vita. Il più grande privilegio per me è poter fare il lavoro che amo e poterlo fare nell’azienda di famiglia lo è ancora di più».

Carrà, Cuccarini, Cracco: protostoria, preistoria e storia del testimonial. «Comunicazione inizia per c e noi ci crediamo molto. È una delle nostre leve strategiche più importanti. Siamo stati pionieri in questo: i primi nel settore dell’arredamento a utilizzare il media televisivo, sulla Rai dal 1975 e sulle emittenti private dal 1984. La nostra comunicazione rispecchia la nostra etica imprenditoriale, un’immagine coerente e limpida che mostri apertamente quello che siamo, i nostri valori e il nostro impegno con la gente e il cliente».

Una cernita non casuale: «Abbiamo scelto testimonial famosi per accompagnare la nostra storia promozionale, prima Raffaella Carrà, poi Lorella Cuccarini e oggi Carlo Cracco, in linea con la nostra visione oltre che molto noti.  «È stata un’evoluzione naturale, sempre al passo coi tempi. Carrà, nel ‘75, era la proiezione televisiva della donna felice e orgogliosa di un’Italia in pieno sviluppo. Cuccarini, scelta nell’87, era il simbolo della brava ragazza giovane e dinamica, la ragazza della porta accanto. Cracco è arrivato dopo 10 anni di pubblicità dove marca e prodotto sono stati gli unici attori e a lui è stato affidato il compito di raccontare la nuova architettura del nostro brand, non solo cucina ma anche living e bagno. Inoltre, un personaggio come Cracco ha permesso di creare un cortocircuito narrativo per far breccia nel percepito comune delle persone: il re della cucina e la più amata dagli italiani si incontrano non nel loro ambiente naturale bensì in un contesto sorprendente: la stanza da bagno». 

Ha un sogno nel cassetto? O il cassetto è solo quello dei componibili delle sue cucine? «Tanti sogni. Innanzitutto per la mia famiglia. Desidero trasmettere ai miei figli la serenità, la passione e quei principi del crescere bene che mi sono stati insegnati. Vorrei riuscire ad incoraggiarli verso i loro interessi, a credere in se stessi e nei loro talenti. Il mio sogno è vederli fieri e soddisfatti di ciò che riescono a costruire, ma consapevoli che prima di tutto serve tanta dedizione, perché come ripete spesso mio marito L’impegno batte il talento se il talento non si impegna». Cosa la commuove? «I bambini. La loro semplicità, la loro fragilità e dolcezza. I bambini hanno una spontaneità e un’ingenuità negli occhi che commuove». Cosa la scoraggia? «La politica fatta male, purtroppo. La qualità delle azioni politiche si misura quando gli interessi dei cittadini sono davvero al centro di tutte le scelte, ma oggi spesso questo non avviene». Si ricorda il nome della sua maestra? «Maria Teresa, ricordo bene i suoi insegnamenti e la piccola classe di cui facevo parte». Una trasgressione? «La buona cucina e il buon vino». Serve studiare? «L’amore per lo studio è fondamentale». Mare o montagna? «Mare». Il suo lato debole? «I ravioli della mamma, divini».

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